I racconti di Mario Biondi ©

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Lo smeraldo di Bisanzio
(1995 - Revisione 2007)

 
Primo giorno dell'Anno di Grazia 1073, mattino avanzato. Nonostante la giornata festiva e l'ora tarda a cui ciascuno, ufficiali e truppa, si era coricato tra pestiferi fumi di alcol, nei quartieri della Guardia Imperiale di Costantinopoli ferveva la solita animazione quasi isterica.
Fu tuttavia senza battere ciglio che il Legatario chiese all'ufficiale di turno: «Assassinato? Ne avete certezza?»
«Il corpo rinvenuto all'alba è stato colpito al cuore da una lama affilatissima e giaceva in una pozza di sangue rappreso.»
«E nessuno si è accorto di niente? Nessuno ha visto o sentito? Presidiamo una città di ciechi e sordi?»
«No, Legatario, non ciechi e nemmeno sordi, ma ben poca gente timorata di Dio osa aggirarsi di notte per la Piazza dell'Ippodromo, e tanto meno con questo gelo. In più, la notte scorsa la Città intera, il mondo civile intero attendeva l'arrivo dell'anno nuovo. Il vino resinato è scorso più copioso dell'acqua del Bosforo quando la spingono i venti della Moscovia da dove ci hai gratificato della tua presenza e guida.»
«E non siete riusciti a scoprire chi sia il morto?»
«No. Dal caftano abbiamo dedotto che si dovrebbe trattare di un orientale. Forse un mercante. Ma non aveva con sé niente. Gli è presumibilmente stato rubato tutto.»
«Non si sa chi fosse, eh?», commentò il Legatario della Guardia, sempre impassibile. «Un orientale. Accoltellato nella Piazza dell'Ippodromo. Di notte. Peggio per lui. Chissà che cos'era andato a cercare. Pagani, uomini viziosi. Si sarà scontrato per il prezzo di una meretrice con un lenone più avido del consueto.»
«Sarebbe opportuno effettuare qualche indagine», azzardò l'ufficiale.
«Per suscitare nuovi fermenti e timori nella Città? Un orientale qualsiasi tra le centinaia che vengono qui ogni giorno. A chi vuoi che importi? Lo avete trovato voi, nessuno sa niente. Per fortuna ho avuto l'intuizione di ordinare questi pattugliamenti all'alba nelle zone più pericolose. Fate sparire immediatamente il corpo e non se ne parli più», tagliò corto il Legatario.
«A proposito di orientali, fra un po' deve arrivare l'ambasciatore dei selgiuchidi per ritirare la lettera dell'Imperatore», gli ricordò l'ufficiale.
«Le questioni di Stato non ti riguardano», lo fulminò il Legatario. «Fa' sparire quel cadavere e sparisci anche tu. Non è il caso di turbare la pace di questa sacra giornata di Capodanno.»


Due giorni prima Nizam Bey aveva vissuto un'esperienza straordinaria. Nella sua vita non breve e movimentata ne aveva già avute innumerevoli, ma nessuna paragonabile a quest'ultima. Non molti mesi prima, per esempio, aveva combattuto con valore a Manzikert, dove il suo Sultano, Alp Arslan, aveva inferto all'Imperatore bizantino Romano IV Diogene una sconfitta terribile, che aveva spalancato davanti ai selgiuchidi le terre della Seconda Roma. Ma Alp Arslan non era avanzato oltre: preferiva consolidare le conquiste già fatte, per cui aveva inviato al nuovo Imperatore, Michele VII Parapinace, un'ambasceria di tregua guidata dal fedele Nizam.
Per questo l'ambasciatore era a Costantinopoli, nel Cryso Triclinio del Grande Palazzo sull'Acropoli, in procinto di vedere il Sacro Imperatore dei Romei, che aveva l'ardire di definirsi "erede di Alessandro e Cesare".
Lo spettacolo gli toglieva il fiato. Il seggio dell'Imperatore era nascosto da un prezioso tendaggio, che si stava aprendo con ieratica lentezza. Al di là di esso comparve un albero di bronzo ricoperto d'oro, con rami carichi di uccelli — anch'essi in bronzo dorato — che emettevano una sinfonia di cinguettii diversi. L'Autocrator di Costantinopoli sedeva su un trono difeso da una coppia di leoni d'oro, che aprivano minacciosamente le fauci, muovevano la lingua e ruggivano. Improvvisamente, come a un ordine silenzioso, il trono si sollevò verso il cielo: da lassù l'Imperatore avrebbe concesso udienza.
«Sii il benvenuto in questo palazzo, Selgiuchide», enunciò con solennità il Gran Logoteta dell'Impero, a cui spettava il dovere di parlare con gli ambasciatori. «Purché tu venga a noi come messo di pace.»
Ma Nizam rimase in silenzio, con lo sguardo fisso su un occhio di uno dei leoni d'oro, che continuavano a ruggire con minacciose risonanze metalliche. La sua mano corse al petto, dove il caftano era ornato da uno splendido gioiello, un grosso smeraldo montato in oro, dono di Alp Arslan per i servigi che aveva reso a Manzikert. Una pietra del favoloso Khorasan persiano.
Ma lo smeraldo incastonato nell'occhio del leone d'oro era molto più grosso, più puro e splendente. Nizam non poteva parlare perché la sua mente era presa da un unico pensiero: «Se potessi portare quella pietra al mio Signore...»
Tutti gli sguardi erano fissi su di lui; in particolare uno, torvo, di fuoco. Nizam se ne sentì scottare, e i suoi occhi corsero istintivamente a cercarlo. A trapassarlo come una lama di Baghdad era lo sguardo del Legatario della Guardia Imperiale, disposta sui due lati del Seggio. Mercenari calati dalle steppe di Moscovia e dai monti di Valacchia per servire Bisanzio. Uomini senza pietà e sempre pronti a vendersi a chi pagava meglio. Che cosa voleva quel suo sguardo?
A riscuoterlo venne di nuovo la voce del Gran Logoteta. «Parla, dunque, ambasciatore», disse in tono spazientito. «Il Porfirogenito attende.»
E finalmente Nizam riuscì a esporre le proposte di tregua di Alp Arslan. Ma il suo sguardo, se da un lato faticava a staccarsi dall'occhio sfavillante del leone, dall'altro sembrava non poter evitare di incrociare quello di falco del Legatario.
Michele VII ascoltò senza battere ciglio le proposte del selgiuchide e con gesto ieratico concluse l'udienza. Di lì a due giorni Nizam Bey avrebbe potuto ritirare nei quartieri della Guardia una risposta scritta e sigillata da portare al sultano Alp Arslan.


Costantinopoli è la madre del peccato, e non a caso il Dio Unico, pur nella Sua Clemenza e Misericordia, l'ha notoriamente condannata al fuoco. I lupanari della città, celati nelle viuzze attorno alla Via Mese, offrivano ogni piacere. E Nizam Bey aveva saputo trarne lussuriosa soddisfazione, un piacere che avrebbe ricordato fino all'ultimo istante della vita. Aveva goduto delle arti di due eteree fanciulle di Circassia che lo avevano sfiancato più dell'assalto di dieci nemici.
A cercare gli innominabili godimenti era andato in solitudine: non voleva che occhi indiscreti vedessero e lingue maligne riferissero all'austero Alp Arslan. E adesso stava tornando da solo verso il palazzetto dov'era alloggiata la sua ambasceria.
Avvolta dal gelo del dicembre, illuminata da poche tremolanti lanterne, la piazza dell'Ippodromo era immersa in torve lingue d'ombra, esaltate dai rivoli di nebbia che salivano dal mare. Ma a Nizam poco importava: aveva visto e affrontato ben altro. Persino più che sulle roride grazie appena godute, inoltre, il suo pensiero era sempre fisso sullo splendore di quello smeraldo. Se fosse riuscito a entrarne in possesso...
Ma un'ombra più inquietante delle altre riuscì a farlo trasalire. Stava per accelerare il passo, quando un braccio lo trattenne. «Salute a te, ambasciatore», disse una voce bassa ma autoritaria.
«Dio ti guardi», rispose Nizam, incerto, cercando di aguzzare lo sguardo nel nebuloso buio. Le fattezze del romeo gli risultavano vagamente familiari. Dove lo aveva già incontrato?
«Ho visto i tuoi sguardi», continuò l'altro, imperturbabile.
«Sguardi?» pensò Nizam Bey. Quali? Quando?
«Ho visto come ammiravi lo smeraldo del leone», incalzò l'altro. «Lo guardavi persino con più passione di quella che hai messo nelle tue libidini prezzolate. Tu desideri quella pietra.»
E una risata rauca gelò l'ambasciatore, che in un lampo di terrore riconobbe l'uomo. Era il Legatario della Guardia Imperiale. Ma Nizam si sforzò di ricomporsi: in definitiva non aveva commesso niente di male.
«Io no, non...» cercò di negare.
«Però è possibile», lo interruppe il mercenario venuto dalla steppa.
«Che cosa è possibile?» chiese Nizam con voce strozzata.
«Quello smeraldo può diventare tuo. Per il giusto prezzo, ben s'intende.»
«Quanto?» esplose d'impulso Nizam, travolto dalla prospettiva del dono per il suo Sultano.
«Trenta solidi d'oro.»
Nizam scosse la testa, sgomento. Era una cifra favolosa, ben più di quanto potesse mettere da parte in un anno di vittorie e bottini.
«Hai in mente quanti solidi può effettivamente valere quello smeraldo?», incalzò l'altro. Nizam dovette riconoscere che aveva ragione.
«Quando?» chiese con voce tremante. «E dove?»
«Qui», tagliò corto il Legatario. «Tra ventitré ore, sempre con il favore del buio. Vieni da solo, tieni bene in vista nella destra la borsa con i trenta solidi e, per meglio farti riconoscere, metti sul caftano il fermaglio che avevi questa mattina. Siccome adesso non lo porti, ho infatti stentato a riconoscerti. Inoltre non verrò di persona — potrebbero spiarmi —, ma manderò un uomo fidato, delle mie terre. Lo riconoscerai da questo stiletto», concluse, facendo balenare una lama su cui era inciso un teschio.


Ventitré ore più tardi, con il cuore in tumulto e la gola secca per l'emozione, Nizam arrivò all'appuntamento convenuto. Si fermò ai piedi della Colonna Serpentina, ancora una volta immersa in livide lingue di nebbia. Dovette attendere soltanto pochi istanti. Si vide parare davanti un'ombra velata in un ampio mantello; nella fioca luce nebulosa di una lanterna brillò la lama con il teschio. Il sollievo sembrò farlo aleggiare verso il cielo: il Legatario era stato di parola, lo smeraldo del leone sarebbe diventato di Alp Arslan.
«Hai l'oggetto convenuto?» mormorò.
«Ecco quanto ti è dovuto», rispose una voce rauca.
Nel buio balenò di nuovo lo stiletto intarsiato, che affondò fino al cuore. Nizam Bey cadde senza un gemito in una pozza di sangue. La borsa con i trenta solidi d'oro cadde sul selciato, ma fu subito raccolta.
L'assassino si chinò sul corpo inanimato e strappò dal caftano lo smeraldo del Khorasan. Dopo pochi istanti il buio era di nuovo padrone della città del peccato. In tutte le case, dai crisoelefantini palazzi imperiali fino ai più tetri e umidi tuguri intorno ai fondachi sul mare, i cittadini di Costantinopoli si apprestavano a levare il calice per la maggiore Gloria del Porfirogenito nel nuovo anno 1073 che stava in quegli attimi nascendo.
 
 
© Mario Biondi