I racconti di Mario Biondi ©

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Hotel “P”
(1995)


Che davvero si possa fumare come un turco lo aveva verificato di persona e lo stava verificando anche in quel momento. Aureolato da una densa foschia prodotta da acri tabacchi di Bafra o di Samsun, ascoltava gli strepiti di una fracassante musica rock e si guardava attorno. İstanbul, luogo della mente. In realtà in quel momento si sarebbe potuto trovare in una qualsiasi discoteca della più anonima periferia di Milano, Francoforte o Amsterdam, invece che lì, nel sobborgo istanbulino di Bebek. Con un forte accento sulla “èk”. Pubblico giovane, abbigliamento omogeneizzato, musica spaccatimpani. Eppure un certo specifico istanbulino era lì, volatile ma imprescindibile. La casualità del disordine, il chiasso fragoroso ma non offensivo, l’aleggiare del profumo di anice che si levava dai bicchieri del rakı. E, soprattutto, il fumo.
La memoria correva indietro nel tempo, a più di vent’anni prima, quando veramente İstanbul, per lui come per un’interminabile fila di giovani formiche europee, era stata un luogo della mente. Sogno fallace, come tanti altri. In troppi casi niente più di una vana corsa al paradiso artificiale.
L’Hotel “P”.
Ci era arrivato per caso, appunto allora, quando l’Europa   e il mondo intero sembravano intenzionati a vestirsi di fiori per cantare in coro una canzone di pace e armonia. Era entrato per la prima volta con la sua sgangherata carretta dentro le mirabili mura di Costantinopoli. Era sceso a caso per la grande via che gli si era parata davanti, ed era arrivato lì. Aveva visto l’insegna. “P” Oteli.
Era smontato, era entrato nell’atrio, si era ingegnato a chiedere se avevano una camera libera. Singola. Diverse esperienze conclusesi con certezza di irreparabile divorzio lo avevano ammaestrato sull’opportunità di viaggiare solo.
E nello stesso modo casuale, in una lingua che presentava una labile somiglianza con un il più remoto dei pidgin English, gli era stato risposto che sì, certamente c’era, anche se dal canto suo chi rispondeva non poteva esimersi dal far notare che la spesa sarebbe stata notevole, mentre dormendo in una stanza comune, a quattro, a sei o anche a otto letti, il cortese ospite avrebbe potuto risparmiare parecchio e trovarsi comunque benissimo. Per non parlare del magnifico stanzone a quattordici letti. All’ultimo piano. Con vista sul Mar di Marmara.
L’idea di una camera collettiva era lontanissima dalla sua mente. Gli richiamava alla memoria, ancor più che il matrimonio, la caserma. Suscitava in lui un autentico senso di orrore. No, grazie.
In ogni caso, quanto costava la singola?
Nel ricordo sorrise. Considerato l’irragionevole galoppare dell’inflazione in Turchia, costava meno del bicchiere di rakı che aveva davanti in quel momento, più di vent’anni dopo, tra il baluginare di luci e il frastuono di quella discoteca di Bebek.
Aveva preso la camera, si era fatto portare su il bagaglio, era salito. Non si era guardato molto attorno. Partito in mattinata prestissimo da Salonicco, anche se a quel punto era soltanto il pomeriggio appena avanzato si sentiva molto stanco. Si era dunque buttato sul letto e aveva cercato di riposare un po' prima di uscire alla conquista di Bisanzio.
Con gli occhi chiusi, su quel letto pieno di bozzi e dalla biancheria ruvida e troppo corta, che esibiva un'arzigogolata serie di variazioni sui temi del grigio e del giallo, a poco a poco aveva sentito i battiti del cuore accelerare. Aveva aperto gli occhi. La condizione di neofita a İstanbul gli consentiva ancora di provare perplessità. Si era guardato attorno. Nell’aria aleggiava qualcosa che non poteva essere il solito velo dorato di polvere che, nei luoghi comuni, turbina in un raggio di luce. Aveva avvertito una sorta di lieve vertigine. Ancora più perplesso si era guardato attorno con maggiore attenzione, facendo girare lo sguardo sul misero decoro della camera.       Anche se nessuno, quanto ad alberghi e ristoranti, avrebbe mai potuto dire che fosse difficile da contentare, dove si era andato a cacciare? Pazienza. L’imperativo era sempre riuscire ad andare il più lontano possibile con i soldi di cui disponeva. E in quel vibrante crepuscolo degli anni Sessanta del Ventesimo secolo i soldi erano pochissimi. Ma per fortuna non aveva esigenze particolari. Beveva moderatamente. Non aveva nessun interesse per le droghe. Fumava poco, le sigarette locali più comuni.
Ne aveva accesa una, lasciandosi andare all’indietro meditabondo sulla dubbia carta geografica del suo giaciglio. Finché, gustando l’acre sapore del tabacco, tutto era diventato chiaro. Limpido. Inequivocabile. L’aroma da cui si sentiva avvolgere, dolciastro, insinuante, penetrante, era odore di hashish. Non ne aveva praticamente mai fatto uso. Forse una boccata distratta, in qualche momento particolare, cedendo per un istante alle asfissianti pressioni di un qualsiasi addetto al culto e alla promozione commerciale dei paradisi artificiali. Niente di più. Non gli interessava.
Comunque ne conosceva l’odore. Esattamente quello da cui era circondato, coperto, soffocato. In quell’estate del 1968, al “P” Oteli di İstanbul non c’era bisogno di fumare hashish: si viveva già avvolti nel suo fumo, travolti, sepolti.
Era saltato giù dal letto, si era messo in piedi. E l’odore si era attenuato. Evidentemente il fumo non arrivava fino ai piani alti della natura umana, rimaneva ad aleggiare a quelli bassi. Bah. Facessero quello che volevano. A lui non importava. A parte il mal di testa.
Aveva fatto un po’ di toilette, era uscito, si era lasciato inghiottire dalla città, dal Gran Bazar, dai vicoli a precipizio sul Corno d’Oro e la stazione ferroviaria. Aveva cenato per la prima volta in vita sua alla turca, ustionandosi la lingua con le spezie di un piatto di agnello cucinato secondo gli usi dell’estremo sud est del paese e poi imparando subito che la poteva anestetizzare con una buona dose di rakı diluito in poca acqua. Era tornato in albergo con la testa che girava a un ritmo singolarmente irregolare. Del tutto tollerabile. Addirittura interessante.
Chissà come, aveva sbagliato piano, uscendo dall’ascensore al terzo invece che al secondo. Oppure al quarto invece che al terzo.
I ricordi, più di vent’anni dopo, erano confusi, anche se con il tempo il rakı aveva imparato a berlo in dosi accettabili per la sua limitata resistenza all’alcol. Un temibile cantante transessuale turcomanno, grande vedetta del locale di Bebek, si spolmonava a miagolare motivi nasali in un americano improbabile.
Al terzo piano, dunque, o al quarto. Poco importava. Comunque più in alto di dove sarebbe dovuto andare. Era rimasto un attimo incerto. Uscendo dal traballante ascensore istoriato di scritte in mille lingue euroasiatiche aveva diretto lo sguardo verso il punto in cui riteneva fosse la porta della sua camera. Ma di porte non ne aveva viste. Nemmeno una. Tante tende, in fila sui due lati del corridoio. Accostate, semi aperte, spalancate. Era avanzato di qualche passo.
Una delle tende si era scostata. Appoggiata con la schiena allo stipite della prima porta era comparsa una giovane. Di età e lineamenti poco distinguibili. Con addosso tutto il bric à brac che già era stato offerto anche a lui nel corso della sua prima, fulminea visita al Gran Bazar. Caftano di mille colori luccicanti, pantaloni a sboffo, pianelle di seta artificiale, cintura rosso e oro, copia di un’altra a suo tempo appartenuta a un membro dell’esercito imperiale ottomano o a un componente della banda municipale. In testa, un fazzoletto trasparente, adorno di monetine. Tra pollice e indice della destra, completamente gialli, uno sbavato mozzicone acceso. Solito fumo. Solito odore.
«Ciao», gli aveva detto in inglese.
«Ciao.»
«Vuoi?» aveva ripreso la giovane, porgendogli il mozzicone umidiccio.
«No, grazie.» Non era un moralista, né particolarmente igienista, ma quella carta giallastra intrisa di saliva gli faceva una discreta impressione.
«Dove stai?»
«Qui.»
«Qui?» aveva ripetuto lei. «Strano», aveva poi continuato, facendo una smorfia e tirandosi da parte come per farlo passare. E al di là della sua persona, oltre la tenda tirata, lui aveva visto quattro giacigli posati direttamente sul pavimento, in un disordine stupefacente. Un bailamme di oggettistica, una replica su scala ridotta di un qualsiasi suk medio orientale, orientale, nordafricano.
Una delle camere multiple dove gli era stato offerto un letto.
«No», si era affrettato a precisare. «Non intendevo “qui in questa camera”. Sto “qui in questo albergo”.»
«Ah», aveva commentato lei come se la cosa le risultasse del tutto indifferente, ciucciando una boccata dal sempre più informe mucchietto che teneva stretto tra le dita e tornando a porgerglielo. «Davvero non vuoi?»
Lui aveva di nuovo risposto di no con la testa, accennando a fare dietrofront per andarsene.
Ma quella non lo aveva mollato. Era in vena di fare conversazione.
«Da quanto tempo sei “qui”?» gli aveva chiesto, calcando ironicamente sul “qui”.
«Da oggi pomeriggio.»
«Ah, un pivello. Puah! Ne hai da vedere. Io sono “qui” da quattro... no, da cinque mesi. Quasi sei. Una vita.»
«Che cosa fai?»
Lei si era limitata a sollevare il mozzicone, tracciando un paio di cerchi nell’aria. Un otto di fumo.
Lui aveva annuito.
«Non ne vuoi proprio?» aveva insistito quella. «Te ne serve un po’? Costa niente. Niente di niente. Ma è roba ottima. L’abbiamo portata noi direttamente dalle montagne del Tauro. Sopra Tarsus. Ci siamo arrivati da Cipro e dal Libano. Posti spaventevoli. Puzze tremende. Ma gente dolcissima. Uomini con il fucile e il falco. Donne di tre quintali che tessono kilim fa-vo-lo-si. Bambini nudi con un metro di moccio e di pendaglio. E il fumo migliore del mondo. Lo coltivano quegli stessi bambini. A tre anni lo fumano già. Ne vuoi?»
«No, grazie», aveva tenuto duro lui.
Lei aveva scrollato la testa e si era lasciata sfuggire un vago sboffo.
«Va be’», aveva concluso. «Se cambi idea, io o David siamo quasi sempre qui. Lo conosci David?»
No, non c’era motivo per cui dovesse conoscerlo.
«Ciao», le aveva detto.
«Va be’. Ma se ti servisse qualcos’altro, vieni a chiedere: qui c’è di tutto.»
Lui aveva di nuovo scrollato la testa, interlocutoriamente, lasciandola lì e scendendo a piedi verso la propria camera.
Dove invano aveva cercato di entrare. La maniglia non voleva assolutamente funzionare. Per quanto girasse da una parte e dall’altra, e spingesse, e forzasse, niente da fare. Ma l’escursione nel ventre di Costantinopoli e il rakı lo avevano messo di ottimo umore. Chissà se il bagaglio c’era ancora o era levitato verso una delle camere-suk dei piani superiori?
Era sceso nella hall e aveva informato l’impiegato, che non era apparso affatto impressionato. Estratto un braccio dalla nuvola ovale di fumo in cui era avvolto e battuto fiaccamente con il palmo della destra su un gigantesco campanello di bronzo, facendone esalare una specie di klonk, aveva evocato un folletto dalla testa rasata e dai vivaci occhi bruni, con addosso una bisunta divisa bluastra troppo grande di almeno quattro taglie. Con tono ugualmente distaccato gli aveva impartito una serie di istruzioni, ficcandogli in mano un grosso cacciavite emerso dal banco.
«Domani», aveva poi spiegato a lui, «faremo sistemare tutto per bene. Ormai è tardi.»
Lui aveva seguito il folletto, che si era messo a cicalare inarrestabilmente, facendo roteare nell’aria il pesante cacciavite e strascicando i piedi in due scarpe immense oltre che quasi prive di suola.
Due colpi bene assestati ed ecco la maniglia ai loro piedi, con un greve tonfo metallico sulla moquette lurida. La porta era aperta, ma si poteva ragionevolmente dubitare che si sarebbe mai richiusa.
Tempi beati, considerò vent’anni più tardi, alzando un dito alla volta di un sussiegoso cameriere in pseudo smoking per chiedere un nuovo rakı.
«Poco. Con molto ghiaccio e moltissima acqua», raccomandò.
La sua accompagnatrice istanbulina, seduta di fronte a lui, si diffuse come di consueto in una verbosissima spiegazione circa il fatto che a questo signore straniero il rakı piaceva quasi tutto acqua: gliene venisse dunque preparato uno da piccolo pascià, da bambino scemo, eccetera eccetera.
Questa storia del “tè per il piccolo pascià”, ovvero del tè diluitissimo che si dà al bambino malato, lui non l’aveva mai capita fino in fondo, anche se faceva regolarmente da corollario alle sue richieste di un rakı leggero. Accompagnata da un profluvio di espressioni di sfrenato divertimento. Che cosa c’era da ridere?
Che noia. Tornò ai propri pensieri. L’amica istanbulina era presa in una fittissima conversazione con la padrona del locale, una donna di sessualità poco precisa, dai capelli rossi tagliati cortissimi e con un’aria di efficienza teutonica.
«Che tempi beati», ripeté a se stesso. Nei giorni dell'Hotel “P”erano ancora in uso i kuruş, i centesimi di lira turca. Pochissimi bastavano per una mancia principesca.
Si era dunque frugato in tasca — allora, all’Hotel “P” —, trovando una moneta da venticinque — appunto kuruş —, che aveva porto al bisunto folletto dai grandi occhi.
Il quale tuttavia l’aveva rifiutata con un gesto da grande signore, di altissima classe, andandosene con un largo sorriso e con l’assicurazione — almeno così a lui era parso di capire — che l’indomani si sarebbe provveduto come si doveva. İyi geceler. Buona notte.
Augurio del tutto privo di senso. La porta non si era mai chiusa. A brevi intervalli la fessura rimasta aperta si era spalancata, facendo filtrare di tutto. Truci giovanotti in mutande, di nordica biondezza e dalla lattea pelle completamente coperta di tatuaggi. Ambigui personaggi in vesti apparentemente orientali, con grandi baffi e scintillanti anelli. Un giovanissimo suonatore di piffero, in pantaloni di pelle rosso scuro e camicia di velluto verde con sopra ricamata la bandiera svizzera, che non aveva smesso di modulare le sue note neanche dopo essersi affacciato. Il folletto bisunto, che gli aveva chiesto se voleva un tè.
Con il tè gli era stato offerto di tutto. Aveva ragione la giovane anglofona della sera prima. L’Hotel “P” poteva essere considerato, a seconda dei punti di vista, un luogo di sfrenate delizie o una corte dei miracoli.
Come fare per convincerli che voleva soltanto dormire? Già i cirri di fumo aromatico addensati attorno al suo letto, mescolandosi ai vapori del rakı, gli avevano provocato una tremenda tachicardia e uno spaventoso mal di testa. Era più che disposto a divertirsi, e anche a trasgredire entro certi limiti di non larghissima espandibilità, ma per adesso aveva un sonno terribile, arretrato e complicato dalla tremenda afa che aveva incontrato nelle notti greche. Voleva solamente dormire. Domani vedremo, eh?
Finché si era deciso. Abbrancato con entrambe le braccia il claudicante armadio, lo aveva spostato fino davanti alla porta, bloccandola. Nel pieno dello sforzo aveva avvertito un vago dolore alla scapola destra, ma non ci aveva fatto caso. Si era lasciato cadere come un sacco sul letto. Era piombato in un sonno greve, agitato da sogni complessi, quasi tutti basati sulla problematica di dover spiegare a una legione di stravaganti ceffi untuosi e caninamente ostinati che a lui dell’hashish e di sostanze analoghe non importava proprio niente. No, non si trattava di moralismo: preferiva semplicemente ragionare con il suo cervello. Né per il momento erano di suo interesse altre cose di sconsiderata seppure non totalmente disprezzabile viscidezza che gli venivano proposte.
Ricordava perfettamente l’aria di spregio con cui lo aveva guardato dall’alto in basso un gigante di pelo rosso, vestito con la stessa uniforme che qualche mese prima aveva visto addosso a un mediocre cantante rock inglese che si esibiva in un locale milanese alla moda, tanto simile a questo di Bebek, vent’anni più tardi.
Aveva dormito così com’era. Seminudo. Sudato. Agitato da borborigmi di rakı. Non sapeva assolutamente, allora, quanto fresche e umide possano essere le notti di İstanbul.
Al mattino, al risveglio, sulle prime aveva pensato di avere due teste. Poi che qualcuno gli avesse spaccato in due con una mannaia l’unica di cui disponeva. Poi altre cose variamente macabre. Finché con non indifferente fatica era riuscito ad aprire gli occhi. E aveva capito una cosa ineluttabile. Che mai sarebbe riuscito a sollevarsi dal suo equivoco letto di contenzione. Il dolore alla scapola si era fatto quasi intollerabile. Muoversi, girarsi, alzarsi, fare alcunché risultava impossibile.
La lucidità comunque non gli aveva per fortuna mai fatto difetto. Aveva quindi deciso di aspettare, stringendo i denti e cercando di coprirsi alla bell’e meglio il torso con il lenzuolo. Freddo. Faceva veramente freddo. Non se lo sarebbe mai aspettato. Lì, sul bordo dell’agognato Bosforo, sulla sponda del vagheggiato Corno d’Oro.
Aveva cercato di lasciar sfogare i fumi alcolici e presumibilmente erbacei ancora imprigionati nel suo corpo. Una volta completamente sveglio avrebbe trovato una soluzione.
Ma c’era poco da risolvere. Di lì a qualche tempo il dolore alla scapola era diminuito di quel tanto che gli aveva consentito di alzarsi, ma aveva immediatamente capito che non sarebbe mai riuscito a spostare l’armadio. Che fare?
Di telefoni, nelle camere del “P” Oteli, nel luglio-agosto del 1968, nemmeno una traccia. Aveva cercato di richiamare l’attenzione esterna menando pugni sull’armadio con la sinistra, continuando la destra a essere inutilizzabile, ma senza esito. Era persino entrato nel mobile, per picchiare più forte sul fondo, ma il risultato era stato identico. Niente.
L’unico risultato era stato che gli sforzi lo avevano fatto coprire di un velo di sudore che tendeva continuamente a gelarglisi addosso. Con indicibili fatiche aveva fatto in modo di insinuarsi serpentinamente dentro una maglietta pulita. Dopo di che era tornato a stendersi sul letto. Qualcosa sarebbe pur successo. Alla disperata si sarebbe messo a chiamare dalla finestra, che dava su quella che probabilmente era la più percorsa e rumorosa via di tutta l’Eurasia. Era possibile svanire nel nulla, morire di stenti senza che nessuno se ne accorgesse, al “P” Oteli di Costantinopoli? Ripensando alla giovane della sera prima, ai tatuati fantasmi che avevano violato il suo sonno prima dello spostamento dell’armadio, aveva deciso di sì.
Comunque era rimasto lì, in una sorta di intontito dormiveglia che non poteva essere effetto del poco rakı ingerito la sera prima ma era sicuramente da addebitare alla nebbiolina odorosa che continuava ad aleggiare a mezza altezza nella sua stanza, avvolgendo completamente il letto.
E nel torpore del dormiveglia aveva assistito a un fatto stupefacente. La finestra — come aveva scoperto con vivo disappunto la sera prima — era priva di imposte. Riprovevole costume, avrebbe successivamente capito, dei turchi, popolo nordico che da un millennio non aveva ancora capito di essere calato a sud.
Una rattrappita tendina di diverse decine di colori incerti faceva da schermo a non più di metà dei vetri luridi. Il resto era un trionfo di ragnatele, polvere e luce. Dentro cui a un certo punto, senza alcun preavviso, aveva creduto di vedere inquadrarsi una testa.
Una visione. Un’allucinazione dovuta alla non desiderata e ancor meno richiesta inalazione di tutto quel fumo narcotico. Una vera allucinazione. Completamente gratuita. Quanta gente ne sarebbe stata beata.
La testa però apparteneva senza ombra di dubbio allo scalcagnato folletto che la sera prima gli aveva aperto la porta a furia di colpi di cacciavite. Che cosa ci faceva, lì, sospesa all’altezza del secondo — se non terzo — piano sopra la città di İstanbul?
Accanto alla testa, che esibiva una smorfia ghignante e niente affatto preoccupata, era poi comparsa una mano, che prima aveva premuto contro l’intelaiatura della finestra e poi, avendola trovata irrimediabilmente chiusa, si era messa a picchiettare allegramente. Non era un’allucinazione.
Con una lunga serie di manovre caute e penose lui era tornato a uscire dal letto, aveva raggiunto la finestra, l’aveva aperta. Il folletto era entrato vociferando concitate espressioni turche, seguito da una specie di spazzacamino strizzato in una tuta che nella notte dei tempi doveva essere stata blu. Si erano piazzati davanti all’armadio, vociferando entrambi ma non particolarmente meravigliati.
Lui, sbirciato fuori dalla finestra, aveva visto appoggiata alla parete esterna una lunghissima e traballante scala, su cui nessuna persona dotata di un minimo raziocinio si sarebbe mai azzardata a salire.
Dato di piglio senza ulteriori commenti all’armadio, folletto e spazzacamino lo avevano spostato, rimettendolo più o meno nella posizione di prima, senza assolutamente curarsi, visto che lo avevano trovato spostato, di ripulire il riquadro di pavimento lasciato libero, che appariva coperto da una pluridecennale massa di lanugine e accumuli vari di lerciume, non escluso qualche grumo di fece animale. Né tanto meno di porre rimedio con una zeppa, un turacciolo, un pezzo di cartone, alla forte menomazione nella statica del mobile
Il folletto si era sfregato le mani, soddisfatto, scrollando energicamente la testa. Lo spazzacamino aveva spalancato la porta e dato di piglio a una borsa di strumenti che aspettava appena lì fuori. L’arcano aveva trovato una spiegazione. Evidentemente i due erano saliti per riparare la porta e, trovatala bloccata — forse temendo il peggio oppure forse perché così prevedeva il regolamento del “P” Oteli —, erano saliti con la scala a esaminare la situazione. Trovandola, a quanto pareva, del tutto tranquillizzante e soddisfacente.
Perciò menavano laboriose martellate e diligenti colpi di attrezzi vari, borbottando tra loro e voltandosi ogni tanto a rivolgere un sorriso comprensivo alla sua parziale nudità. Lui aveva deciso di disinteressarsene. Si era rifugiato nell’angusto cessetto, in mezzo a un giardino all’inglese di efflorescenze muffose, e aveva provveduto a tutte le esigenze del suo corpo, dalla prima all’ultima. Attraverso la sottile paratia arrivavano botti, schiocchi, schianti, scoppiettii, cigolii. La porta della camera stava evidentemente dando parecchio filo da torcere.
Non aveva comunque nessuna intenzione di passare le sue giornate lì dentro, in mezzo al fumo della “roba” del Tauro, sopra Tarsus, coltivata e fumata da bambini nudi con un metro di pendaglio. Aveva altri progetti, altre intenzioni. Con un po’ di ginnastica delle braccia il dolore alla scapola era sembrato sciogliersi, almeno quel tanto che bastava per consentirgli di andare in giro. Sapeva benissimo che più tardi, con il moto, la situazione sarebbe ulteriormente migliorata. Quella sera, poi, si sarebbe visto.
Aveva dunque deciso di uscire, lasciando la stanza in balia dei due laboriosi gnomi. Tutto ciò che possedeva di valore lo portava nascosto in un sacchetto di cuoio appeso al collo. Ormai non nutriva alcun timore circa l’affabile quanto approssimativo personale del “P” Oteli, ma i ceffi dei clienti visti fino a quel momento non promettevano niente di buono. Fatto un rassegnato cenno di saluto ai due presi nel loro lavoro, se n’era andato. Il folletto gli aveva risposto con un profluvio di parole, intese senza dubbio a significargli che stesse tranquillo, che al ritorno avrebbe trovato ogni cosa in perfetto ordine.
Benissimo.
Aveva girato per la città come pazzo di gioia, inebriato, abbagliato, catturato dall’incanto di mille cose, dalla cortesia della gente, dal sensazionale miscuglio di colori aromi rumori, dallo straordinario senso di libertà fisica e psichica che gli sembrava di inalare lontano dal “P” Oteli e dal suo fumo narcotizzante.
Come non ricordarsene con rimpianto adesso, in quella rumorosa iperdiscoteca postmoderna, tra quella gente completamente omogeneizzata? Adesso che girare per Sultanahmet o per il Gran Bazar era diventato assolutamente impossibile, ossessionati come si era dalle continue, petulanti profferte di uno sciame di aspiranti guide, di mille propagandisti di ristoranti, gargotte, botteghe di tappeti, laboratori di pelletterie, tutto.
Un quartiere della città dove non aveva più nessun piacere di andare. Più che altro, ormai, quando andava a İstanbul se ne stava sulle alture di Beşiktaş oppure lungo il Bosforo, se non addirittura sulla sponda asiatica, andando avanti e indietro con i vaporetti.
Quella sua prima giornata istanbulina completa, invece, passata proprio tra Sultanahmet e il Gran Bazar, vent’anni prima, era bastata a dargli alla testa. Da allora aveva eletto quella città a dimora del suo spirito.
Quando era rientrato all'Hotel “P”, faceva già buio. E frescolino. Si era accostato al banco, aveva chiesto la chiave. L’impiegato gliel’aveva consegnata. Lui era salito, stando bene attento a non sbagliare piano. Non aveva nessuna voglia di imbattersi di nuovo nella giovane pusher inglese.
Arrivato davanti alla porta della sua camera, aveva constatato con piena soddisfazione che sembrava riparata. Aveva infilato la chiave nella toppa, aveva messo la mano sulla maniglia. La medesima maniglia era crollata di schianto sulla moquette, con un tonfo di risonanza quasi profetica. La porta non si era assolutamente aperta. Mai più.
Aveva dovuto passare la notte in un’altra camera, senza pigiama, senza dentifricio, senza niente. Il mattino dopo, recuperato il bagaglio tramite il solito folletto — desolato — e la solita finestra, se n’era andato. Vagando per quel settore di città aveva finalmente trovato alloggio in un piccolo albergo nuovissimo, in perfette condizioni, appena dentro la porta detta di Topkapı. E lì era rimasto per molti giorni. Mai più aveva visto da vicino l’Hotel “P”. E forse, per quanto ricordava, nemmeno da lontano.
La sua accompagnatrice istanbulina lanciò un grido strozzato, che non poté non richiamare la sua attenzione persino tra i boati della musica, alzandosi tumultuosamente dal tavolo.
«Ho visto un carissimo amico», spiegò. «Non lo incontravo da anni. Torno subito.»
E lui la vide raggiungere un omone di ragguardevolissime dimensioni, vestito più o meno da paracadutista, o da giocatore di baseball, o da gheisha grassa — nella penombra fumosa della discoteca era difficile distinguere —, a cui si avviticchiò in un abbraccio perduto.
Quindi si voltarono entrambi, facendogli grandi cenni di saluto. Lui rispose con un movimento vago della mano. Non si sentiva ancora abbastanza istanbulino da non avere diritto alla perplessità. Non si trattava di un giovane, come gli era parso a prima vista, di spalle, ma piuttosto di un uomo maturo, ben oltre i quaranta. Vestito in un modo a dir poco singolare. Un abbigliamento che stranamente, in un lampo, gli fece venire in mente la pusher inglese di vent’anni prima, in quel folle albergo. Il medesimo stile. Identico.
Dita completamente coperte di anelli in tutti i metalli possibili, oro, argento, argentone, rame, ferro; braccia totalmente nascoste sotto braccialetti realizzati con ogni materiale immaginabile, gomma, cuoio, cotone, seta, setole, ambra. Capelli lunghi fino alle spalle e serrati sulla testa da un fazzoletto attorcigliato, con le sue monetine bene in vista sulla fronte. In vita, a reggere i pantaloni di una tuta da ginnastica viola, una fusciacca di seta gialla. Sul torace una maglietta di cotone di cui purtroppo non riuscì a distinguere la scritta, parzialmente coperta da un gilet da corsaro del Golfo Persico. Sulle spalle un giaccone da aviatore o da carrista, chissà. Ai piedi scarpe da basket, vecchissime, scolorite. Una calza sola, cadente.
L’amica istanbulina finalmente si staccò da lui, tornando al tavolo.
«È Baby Face», spiegò. «Un amico carissimo. Non lo vedevo da un secolo. È appena tornato da Marsiglia. O da Singapore. Non si ricorda. Canta qui. Fra un po’ lo sentiamo.»
«È un cantante?» indagò lui cautamente, tenendo per sé la perplessità circa l’idea che qualcuno potesse non sapere se era di ritorno da Marsiglia o da Singapore. A quella donna tutto ciò sembrava naturalissimo, ma lui era sempre stato un po’ pedante.
L’amica prima alzò un braccio a richiamare l’attenzione di un cameriere verso i loro rakı quasi esauriti, quindi lo usò per compiere un gesto enigmatico nell’aria.
«È tutto», rispose sibillina. «Ed è niente.»
«Ma è turco?» insistette lui, ansioso almeno di una certezza.
«Mezzo. Suo padre lo era. Sua madre no.»
«Era?»
«Sì, si sono uccisi insieme, quando lui era bambino. Li ha trovati morti tutti e due tornando a casa da scuola. Sangue dappertutto.»
«Accidenti!» commentò lui, con un brivido alla schiena. Altro che certezze!
«Brutta storia, sì», convenne lei. «Lui ne è rimasto un po’ segnato. Non fa niente di preciso. Il cantante, il pittore, il poeta, lo stilista, il cuoco. Va di qua. Va di là. Parla almeno dieci lingue, forse di più. Se verrà qui a trovarci, più tardi, sentirai.»
«Ma di che cosa vive?» chiese lui.
«Oh», rispose l’amica scrollando le spalle. «Di tutto e di niente. Per anni ha dormito sotto un ponte del Corno d’Oro. Quello di Galata, o l’altro, non so con precisione. Naturalmente a quei tempi non faceva molta vita di società. Comunque i soldi non gli mancano. I suoi genitori erano ricchi. Devono avergli lasciato abbastanza. Ma lui vive così. Ha anche avuto un flirt con mia sorella, però poi le cose non sono andate bene.»
«Be’, meno male!» commentò lui, conformista.
«Perché? È una persona okay. Ottima. Formidabile. Mia sorella lo ha molto rimpianto. Un giorno lui le ha regalato una pistola.»
«Una pistola?» chiese ancora lui, trovando il coraggio di essere allibito.
«Sì. Una pistola. Bellissima. Nuova di zecca. Dev’essere ancora in casa, da qualche parte. Era scarica, naturalmente.»
«Ma che significato poteva avere un regalo simile?»
L’amica scrollò le spalle, sollevando il suo nuovo rakı e guardandolo a lungo contro la luce di un faretto.
«Una pistola è una pistola», rispose poi. «Che significato dovrebbe avere?»
Meglio lasciar perdere. La signora non era turca, ma viveva da più di vent’anni in quella città, di cui evidentemente aveva assimilato tutto lo spirito. Non era sempre facile capirla.
Tuttavia lui era ancora incuriosito. «Dorme sempre sotto i ponti?» chiese.
«No, vive in un albergo.»
«Ah, dove?»
Nulla si crea e nulla si distrugge.
«Dalle parti di Sultanahmet, credo. Hotel “P”, ha detto.»
 
© Mario Biondi