© Mario Biondi
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e obbligo di citazione (per cortesia...)


Vidiadhar S. Naipaul
Premio Nobel 2001

I Ritratto (1988)
II Recensione: “Un’area di tenebra” (1999)

V. S. Naipaul

I.

«Nuovo Conrad» o «avvoltoio del Terzo Mondo»? Dilemma dai corni piuttosto divaricati quello in cui si dibatte la critica di lingua inglese nei confronti del cinquantaseienne Vidiadhar Surajprasad Naipaul, scrittore nato in India, cresciuto a Trinidad e formatosi in Inghilterra. Con una certa tendenza a preferire il secondo (tra i due corni) e a esagerare: «È un arrogante imperialista, un superficiale», uno che, nel presunto fango del Terzo mondo, «...teme di imbrattare i suoi eleganti scarpini di vacchetta». «Sputa sentenze velenose nei confronti dei confratelli». E simili. Ma lui non se ne dà per inteso.
Che male c’è a essere snob? si è infatti chiesto in un suo titolo. Dunque — riferiscono le cronache giornalistiche — via con gli atteggiamenti blasé, le delicate tabacchiere (da naso), le miniature indiane, il regime vegetariano.

E via con un’imponente bibliografia — narrativa, saggistica e di viaggio — che lo ha fatto ripetute volte candidare al Premio Nobel, ma che, soprattutto, smentisce senza possibilità di dubbio l’appellativo di «nuovo Conrad», usato in particolare dai recensori del romanzo
Alla curva del fiume (Rizzoli, 1982). Una cosa era la perdizione mistica nell’esotico degli sbandati conradiani, frutto dell’epoca coloniale (Lord Jim per tutti), e un’altra completamente diversa l’autoannullamento dei relitti umani prodotti dal trambusto della decolonizzazione. Figli, quelli, del romanticismo, e questi della crisi delle ideologie. Quanto ad «avvoltoio del Terzo Mondo», be’, il testo del reportage intitolato Tra i credenti, ovvero tra i musulmani di Iran, Pakistan, Malesia e Indonesia (Rizzoli, 1983) era abbastanza impressionante. «Osservatore spietato» sarà meglio, ma il senso è quello.

Splendido narratore, invece, in almeno due dei racconti che compongono la raccolta
Una bandiera sull’isola (Rizzoli, 1984), quelli che — con intensi effetti di comicità — hanno come quadro la casa degli ultrainglesi affittacamere Cooksey, su cui si abbatte tutto l’implacabile disdegno che Naipaul esibisce sempre nei confronti della banalità piccolo borghese, sia essa terzomondista o anglosassone. Infaticabile cantore dello spleen, della noia esistenziale, della banalità (e bruttezza) del presente nei confronti del mitizzato passato, Naipaul ripete con toni più accigliati che mai il leit motiv della propria poetica nel suo ultimo libro, L’enigma dell’arrivo. Romanzo, lo definisce la copertina, ma sarà forse più proprio parlare di «memoria». Memoria di un certo periodo vissuto nella campagna inglese, in una grande tenuta nobiliare in via di lottizzazione, e dei sottili legami che questo periodo connettono con altri momenti della vita dell’autore, con suoi viaggi, con l’elaborazione di sue opere, ma in particolare con la sua scoperta dell’Inghilterra (e con l’abbandono della nativa Trinidad) avvenuta all’età di diciotto anni per effetto della concessione di una borsa di studio.

Movente originario dell’ispirazione sarebbe stato in maniera piuttosto criptica la visione di un omonimo quadro di Giorgio De Chirico (in copertina), con il suo spirito di classicità mediterranea. Spirito che anima anche
South Wind, romanzo di cui l’autore non leggerà mai più del primo capitolo, ma che, consigliatogli da un insegnante, ha finalmente trovato in una libreria di New York nel corso del favoloso primo viaggio adolescenziale dall’estrema periferia del Commonwealth al cuore dell’Inghilterra. (South Wind, sarà opportuno ricordare, si svolge in una mitica isola di nome Nepenthe, che in realtà è Capri, ed è dunque un peccato che i traduttori e redattori italiani non abbiano ritenuto opportuno avvertire in qualche modo il lettore che si tratta di un romanzo ambientato nel nostro paese, dovuto alla penna di Norman Douglas e intitolato — qui da noi — Vento del Sud.)

Come poi da un quadro visto riprodotto, da un libro quasi non letto e da una prima versione di racconto mai completata ma comunque totalmente diversa, l’autore sia passato alla ponderosa struttura di
L’enigma dell’arrivo, il lettore farà una fatica veramente strenua per capirlo. Sempre tanto spleen. Invincibile, inguaribile. Neanche nella campagna inglese quasi nulla sembra andare più bene. Non chi vi abita, non chi vi lavora, non i vicini, non il mungitore, non la moglie fedifraga mancata, non il ragazzino, non i commercianti, non le piante, non i fiori, non le opere di miglioria, non — neanche quello — il cupo delitto che vi si consuma. Niente. Come a Trinidad, come ovunque nel mondo. Se mai un giorno V. S. Naipaul vincerà il Premio Nobel*, c’è da temere che ne rimarrà deluso: potrebbe scoprire che non è più quello di una volta.

Insieme a questo libro la Mondadori ripresenta anche la prima opera di Naipaul da essa stessa pubblicata in Italia nel ’64,
Una casa per il signor Biswas, imponente romanzo amaramente ironico e a sfondo autobiografico, centrato sul degrado (naturalmente) che una famiglia neoarrivata dall’India a Trinidad riesce a provocare in una vecchia ed elegante dimora.

*
[Ottobre 2001] Il Premio Nobel gli è finalmente stato assegnato (vive felicitazioni). I giornali riferiscono che non avrebbe risposto di persona alla telefonata che glielo annunciava, ma avrebbe mandato all'apparecchio la moglie...


II.

Vidiadhar S. Naipaul può essere uno degli scrittori più irritanti del mondo: lo sa e sembra tenerci moltissimo. Il suo inglese è smagliante, il fraseggio terso e nervoso, ma quanta albagia! Lo scrittore, anglicizzato fino al midollo, non può soffrire le sue origini indiane e la terra da cui partì tanti anni fa suo nonno per andare a far fortuna a Trinidad. Non c'è praticamente suo libro che non grondi di questo disprezzo: gli indiani sono arretrati, confusionari, sporchi, neghittosi, e chi più ne ha più ne metta. Nessuna indagine seria sulla lunga e tormentata storia del paese, soggetto a tante e pesanti dominazioni, nessuna vera riflessione sulla frammentata diversità culturale. Per il fortunato Naipaul (la cui fortuna è stata costruita dall'intraprendente nonno emigrato!) gli indiani sono così, sono sempre stati così, saranno sempre così. Gli inglesi, invece… Ah, se non avessero lasciato decadere lo spirito imperiale che li ha portati a conquistare mezzo mondo e, dentro di esso, l'India!

Tra i libri più irritanti di questo autore sembra dover essere annoverato
Un'area di tenebra, risalente ai primi anni Sessanta, in cui Naipaul raccontò il suo primo impatto con la terra d'origine: un vero orrore al di là di ogni aspettativa, da vergognarsi, e via deprecando. Per un buon terzo di libro l'irritazione del lettore rasenta l'indignazione. Poi Naipaul visita il Kashmir: dopo averlo guardato ben bene con il solito naso arricciato, si ricorda finalmente di essere un uomo e non un semidio, e comincia a vivere da uomo tra gli uomini. Il risultato è una serie di pagine indimenticabili. Nell'ultima parte, però, ricominciano sentenziosità anti indiana e schizzinosità, fino all'agghiacciante visita al povero villaggio da cui era partito il nonno in cerca di fortuna. Agghiacciante, si badi bene, non già per la miseria del luogo e della buonissima gente, ma per il tono di algido disprezzo con cui Naipaul la affronta e pianta in asso. Basta il centinaio di splendide pagine sul Kashmir a porre riparo al sentore di colonialismo e razzismo che trasuda da tutte le altre?

V. S. Naipaul,
Un'area di tenebra, Adelphi, pp. 323