La narrativa di viaggio di Mario Biondi ©
Strada bianca per i monti del cielo
Vagabondo sulla Via della Seta
(2005 - Un brano)

[I tre "nipoti" di Bukhara. Foto di Mario Biondi]

Il nipote di Alessandro
Nei pressi di Khiva varco due volte su un traballante e insellato ponte di barche uno dei fiumi mitici della Storia. Oggi, tragicamente in secca, si chiama Amu-Darya, ma ai tempi era l'Oxus, che divideva l'Oxiana dalla Transoxiana. Di qui, forse proprio nella zona di questo bislacco e sitibondo transito galleggiante, sono passati tutti: i vecchi Polo, Gengiz Khan e Tamerlano, eretici nestoriani in fuga e francescani all'inseguimento, Giovanni da Pian del Carpine e Guglielmo di Rubruck in missione per convertire il Gran Khan dei mongoli, russi e inglesi impegnati nel «Grande Gioco» per il controllo di queste terre, Arminius Vambéry nei panni di falso derviscio e quattro strampalati lombardi (Gavazzi, Litta, Meazza e Riboldi) andati da quelle parti perché interessati alla seta e finiti in galera per poco meno di un anno a Bukhara, a rischio della pelle.
Nonostante l'impegno e le fatiche profuse, i francescani non ce la fecero a convertire i mongoli, anche se ci arrivarono molto vicini. Erano convinti che il Gran Khan fosse il mitico Prete Gianni e speravano che li avrebbe aiutati a scacciare i musulmani dai Luoghi Santi. Per questo il Papa li aveva spediti lì. Invece i discendenti di Gengiz Khan finirono con l'optare proprio per l'Islam, e più di uno storico insinua che forse i pii francescani erano stati troppo fervidi nel premere perché dalle terre dominate dai mongoli venisse estirpata l'eresia nestoriana, dimenticando che diverse Khanum, ovvero mogli di Khan, appartenevano proprio a quella confessione.
Ma, soprattutto, duemilatrecento anni fa, l'Oxus è stato attraversato da Alessandro Magno diretto al tentativo di conquistare l'India. Si era spinto ben lontano dalla sua originaria Macedonia, da dove era partito soltanto una dozzina di anni prima, oltre a tutto facendo un giro piuttosto largo per andare in Egitto a fondare Alessandria. Aveva con sé migliaia di uomini dagli occhi chiarissimi. E ancora oggi, nei recessi di questi deserti e queste montagne, pare si trovino villaggi dove si parla una lingua strana. Si dice siano abitati da discendenti di quei soldati venuti dalla Macedonia. Uomini dagli occhi come quelli del soldatino turkmeno che ha sollevato la sbarra per farmi entrare nella sua terra di antichi predoni (e poi anche per farmi uscire). Occhi trasparenti come l'acqua. Sono quelli dei discendenti di Alessandro Magno o quelli delle antiche popolazioni transcaucasiche? Gente molto bella, a cui, nei secoli, si sono mescolati i mongoli di Gengiz, i turco-mongoli di Tamerlano, i persiani di tanti scià ed emiri, i russi di Pietro il Grande e nipoti.
Erano i Saka? I Saci di Erodoto? Per andare a Konye- Urgench ho fatto tappa a Nukus, spettrale, disastroso - forse pericoloso - relitto desertico delle aspirazioni sovietiche ad avere un grande polo petrolchimico. Vi è uno strano museo, dove tra le altre cose si vede un presunto pezzo del Trono Ludovisi, regalato dal Louvre. Che cosa ci fa lì? C'è anche una noiosissima, sterminata galleria di arte moderna sovietica, messa insieme dai commendevoli sforzi di un pittore. Non ne potevo più di uscirne, ma temevo di offendere il mio gentile accompagnatore. Aveva lineamenti singolari, questo giovanotto, orientaleggianti ma regolarissimi e fini, per cui gli ho chiesto se sapesse quali erano le sue origini.
«Discendo dai Massàgeti», mi ha risposto con orgoglio. «Erano uno dei popoli Saka. Quando Alessandro Magno è arrivato da queste parti, con noi ha faticato parecchio. E la regina Tomiri...»
Tomiri, regina dei Massàgeti, appare in un affresco di Andrea del Castagno a Firenze. E in un rutilante quadro di Mattia Preti, dov'è raffigurata mentre immerge la testa di Ciro il Grande in un otre pieno di sangue. Un quadro con la stessa scena lo vedrò un paio di giorni più tardi anche a Khiva. Un'altra formidabile dama di ferro dell'antichità, che sta in parte all'origine del mito delle Amazzoni.
Secondo Erodoto (Storie, Libro I, 205 segg.), la vedova Tomiri regnava sui Massàgeti in luogo del marito morto, e Ciro ne chiese la mano. La regina capì che assai più che la sua persona, al persiano interessava la sua terra, quindi lo respinse sdegnosamente. Al che Ciro marciò verso il fiume Iassarte, ovvero verso la terra dei Massàgeti, apprestandosi a farvi gettare ponti di barche. La regina lo esortò a rinunciare all'impresa. Caso mai, aggiunse, se proprio vuoi batterti, lascia che sia il mio esercito a varcare il fiume e a venire nella tua terra.
Ciro dibatté la questione con i suoi consiglieri, e Creso di Lidia lo convinse che doveva essere lui ad attraversare il fiume e attaccare. Poco dopo, uno dei tanti arcani sogni che nell'antichità turbavano le notti dei potenti lo convinse che Dario, figlio di Istaspe - apparsogli con due ali dietro le spalle, una che dava ombra all'Europa e l'altra all'Asia, in una prefigurazione dell'aquila a due teste -, stava congiurando per usurpargli il trono. Non aveva capito il vero significato del sogno, ovvero che di lì a poco sarebbe morto, e che del suo regno si sarebbe impadronito Dario.
Nelle alterne vicende della prima battaglia fu fatto prigioniero il figlio di Tomiri, che si uccise. Nella successiva battaglia fu invece ucciso lo stesso Ciro, che aveva regnato ventinove anni. Questo secondo Erodoto, mentre secondo Ctesia la morte sarebbe stata provocata da una ferita infertagli mentre combatteva contro i Derbici. Secondo Senofonte, il grande re sarebbe invece morto di vecchiaia nella sua reggia, dopo tre giorni di agonia e anche in questo caso dopo un sogno premonitore: una figura lo avvertì che presto avrebbe raggiunto gli dèi.
Il giovanotto di Nukus si è però dimenticato di aggiungere che i Saka sono poi stati sottomessi da Dario, come ricorda il rilievo di Bisotun, in Iran. I Saka erano Sciti, vero? Il giovanotto ha annuito con vigore e si è diffuso a parlarmi dell'«Uomo d'oro» di Alma Ata, straordinario costume di guerriero in oro, risalente al V o forse addirittura al XII secolo prima di Cristo e scoperto in una tomba a una quarantina di chilometri da quella città, il più importante degli ori degli Sciti.
Bisognerà che prima o poi io vada a vedere questa meraviglia esposta ad Alma Ata in copia, visto che l'originale rischia di andare in frantumi. Come invece sia finito a Nukus quel presunto pezzo di Trono Ludovisi, e se sia autentico, il giovanotto non lo sapeva e assolutamente nessuno ha saputo rispondere alle mie ostinate ricerche in Internet.
Dopo il discendente dei Massàgeti-Saka-Sciti, eccoli lì in trio, davanti alla Moschea del Venerdì di Bukhara, tre ragazzetti diversi come più non si può: hanno arraffato dalla vicina bancarella tre enormi colbacchi (kalpak) di montone, se li sono infilati in testa ed esigono la foto. Scena stupenda, che ai miei occhi accomuna tre discendenti: quello di Tamerlano sulla mia destra, con il suo naso da predone del deserto, quello di Pietro il Grande sulla sinistra, con le sue efelidi. E in mezzo il discendente di Alessandro Magno, con i suoi occhi trasparenti. Gli altri due sembrano avergli concesso per istinto la posizione centrale.
Le loro coetanee, molto più determinate, girano con la testa adorna di fiocchi bianchi che mi ricordano le mie compagne delle elementari e sono probabilmente un omaggio a una delle ricchezze di questo paese: il cotone, di cui l'Uzbekistan è il quinto produttore al mondo. Una ricchezza che però produce disastro ambientale: per irrigare il cotone si consumano le acque dell'Amu-Darya, che è ridotto a un rigagnolo e non alimenta più come dovrebbe il Lago Aral, immensa distesa di acqua salata che sta evaporando nel deserto dopo essersi riempita di scorie (residui di industrie chimiche e di fertilizzanti del cotone) e avvelena l'aria. Ma per l'Uzbekistan il cotone è diventato un bene irrinunciabile.
Queste donne uzbeke (e turkmene), quale che sia la loro origine, sono davvero di imprevedibile bellezza ed eleganza, quelle che vendono con cipiglio manageriale tessuti o gioielli nelle botteghe di Khiva o Bukhara come quelle che fanno la spesa al bazar di Samarcanda o Tashkent. Esibiscono in genere una splendida sfilata di denti d'oro (è la moda locale, quella che il presidente turkmeno Türkmenbashi ha vietato: la rivedrò in Kirghizia e anche tra le donne uigure della Kashgaria). Che discendenti dell'Orda d'Oro sarebbero, altrimenti?
Donne di formidabile indipendenza, le loro antenate suscitarono il panico del marocchino Ibn Battuta, il cosiddetto Marco Polo africano, quando arrivò in visita da Ozbeg, khan del Kipchak mongolo (Orda d'Oro). Ibn Battuta era un grande viaggiatore ma anche un insopportabile bacchettone islamico. Arrivato perigliosamente a Kaffa (Crimea) da Sinop (Anatolia) attraverso il Mar Nero in tempesta, non appena sentì suonare le campane delle chiese si precipitò su un minareto, mettendosi a recitare a squarciagola il Corano e a chiamare i fedeli alla preghiera. Che rompiscatole.
L'idea che un khan mongolo (musulmano, anzi, addirittura un protettore di recentissimo conio dell'Islam) potesse ubriacarsi svergognatamente di birra lo mandava fuori dai gangheri, e chissà che cosa avrebbe detto se fosse capitato circa un secolo più tardi nell'orda (accampamento) di Tamerlano, a Samarcanda, come l'ambasciatore spagnolo Ruy Gonzalez de Clavijo, che era astemio ma raccontò di bevute pantagrueliche: «Tante che alla fine gli uomini cadevano a terra, completamente ubriachi, ma lo ritengono un indice di grande educazione».
Ancora di più, però, Ibn Battuta era infuriato dall'idea che la moglie del medesimo khan potesse comparire in pubblico a fianco del marito. Quasi si strozzava vedendo che, all'arrivo della moglie nella tenda d'oro, il sultano si alzava e le andava incontro, prendendola per mano, accompagnandola al suo seggio e non sedendosi prima che lei si fosse accomodata. Chissà se avesse visto la prima moglie di Tamerlano, che beveva vino...
Ma, insomma, bisogna pur tenere conto che Bayalun, una delle mogli di Ozbeg, era figlia di Andronico III, imperatore di Bisanzio. Lo stesso Ibn Battuta ebbe il privilegio di arrivare a Costantinopoli nel suo seguito, quando il marito le concesse di tornare a casa per un po', visto che soffriva di nostalgia. Ricordando le sue origini con il viaggiatore marocchino, infatti, la khanum pianse in un fazzoletto probabilmente di cotone, ma attorno a lei era tutto un trionfo di seta (dorata): vesti di nobildonne e domestiche, gualdrappe dei cavalli, giustacuori dei paggi. E anche oggi le giacchette e camicie (dorate) delle uzbeke e i loro foulard (dorati) non consentirebbero mai di dimenticare che siamo sulla Via della Seta.
Pieno di riflessi d'oro, nel palazzo Tosh Khovli di Khiva, era per esempio lo scialle di seta turchese che una delle elegantissime bottegaie uzbeke, dardeggiandomi con il suo sorriso d'oro, mi ha sventolato davanti come un panno da torero. Ottima idea, lo scialle era davvero molto bello, il prezzo più che interessante: acquistato dopo l'immancabile trattativa, il bell'oggetto è stato destinato a un'amica che di lì a poco avrebbe compiuto gli anni. Soltanto una volta tornato a casa mi sono reso conto che, nello sventolarmi davanti al naso il suo specchietto per allodole e poi nel rotearlo di qua e di là, la brava torera aveva tenuto accuratamente nascosta una formidabile scoloritura provocata dal tempo e dal sole sulla piega centrale. Pazienza, l'oggetto rimane comunque molto bello, e la seta è ammirevole per lucore e consistenza.
Di punto in bianco mi è tornata in mente una cosa che ai tempi del liceo, nella serica Como, mi era parsa incomprensibile. Un mio zio dirigeva la ditta di un rinomato setaiolo. Diceva che molta della seta che lavoravano veniva dalla Russia. Dalla Russia? Mi sembrava stupefacente. A quei tempi non avevo le idee chiare sull'estensione del territorio sovietico. Invece, ecco da dove arrivava quella seta «russa»: dalle filande e tessiture dell'Uzbekistan, allora Repubblica Sovietica.
Né consentirebbero mai di dimenticare che siamo sulla Via della Seta, nei saloni del Palazzo d'Estate costruito da uno degli ultimi Emiri di Bukhara, le bacheche piene di preziosi caftani e vasi cinesi. L'aveva fatto costruire apposta per ricevere in fraterno spirito di amicizia (e fargli un po' di impressione) lo zar delle Russie, che però non si fece mai vedere. L'Emiro si consolò usandolo per sottrarsi ai calori desertici dell'estate nella sua capitale. Un bel palazzo, in un interessante sincretismo di stili persiani, centro asiatici e russi.
Bello e interessante quanto invece è noiosa la città antica, ridotta, persino peggio di Khiva, a un troppo restaurato centro commerciale di tutto, dal tappeto detto appunto di Bukhara (mentre è turkmeno) al busto in gesso di Felix Dzerzhinsky, fondatore della Ceca, poi KGB. Ma i turisti vestiti da Grandi Esploratori e scesi a frotte dai pullman vi si aggirano beati, contenti come se fossero in una Disneyland o in un Seaworld californiano. Mancano soltanto i delfini pazzerelloni e l'orca buona. Ma se l'Amu-Darya fosse più vicino, c'è da temere che qualche acquario qua o là verrebbe aperto.
Nasrullah Khan, detto «Il Macellaio», acchiappava per il collo gli spioni inglesi arrivati fin lì a offrire l'alleanza del loro Impero e li buttava a riflettere per qualche mese in un pozzo pieno di parassiti ai piedi della sua Cittadella (prima di farli decapitare). Successe nel 1842 al colonnello Stoddart e al capitano Conolly. Il secondo era stato mandato lì per cercare di salvare il primo, latore di una lettera della Regina Vittoria. Non soltanto costui non aveva portato nessun dono - per di più da parte di un sovrano che il Macellaio considerava un suo pari e anzi inferiore in quanto donna -, ma invece di prostrarsi era addirittura salito a cavallo per la lunghissima scala della Cittadella (Ark). Purtroppo per entrambi, il disastroso esito dell'invasione britannica dell'Afghanistan convinse il Macellaio che i conquistatori dell'India non costituivano un grave pericolo per lui. La decapitazione dei due messaggeri fu la logica conseguenza.
Nei paraggi della Cittadella di Bukhara - anch'essa deprecabilmente restaurata mattone per mattone - tutti offrono indicazioni a caso circa l'ubicazione del famoso pozzo, sul retro della rocca, ma io non sono riuscito a individuarlo. Chissà dov'è. Mi sono consolato attraversando l'interminabile e rovente spiazzo del Registan (il Territorio della Sabbia, quello di Bukhara, non quello di Samarcanda) che circonda l'Ark e scappando finalmente dal finto rococò bucariota rifatto per raggiungere i giardini pubblici e sedermi al fresco di un piccolo ristorante all'aperto a mangiare un ottimo shishlik alla brace con birra russa e qualche pallina di kuruk, l'ottimo formaggio secco di capra che è quanto di meglio per stimolare la sete. Dalla Turchia, dove lo vendono polverizzato nei bazar popolari, me ne portavo a casa tutti gli anni un pacchettino per spargerlo sulla pasta.
Poi mi sono seduto in una ciaihane a bere un tè e a guardare i pensionati in coppola uzbeka, nera con fregi bianchi, e cappottone multicolore che giocavano a Tavlà. Era la Tabula Duodecim Scriptorium dei romani - la si vede in un mosaico di Pompei -, è passata a Bisanzio e da lì al mondo greco e a quello turco, tornando finalmente a casa con il nome fasullo di Backgammon. In questo mondo non c'è proprio quasi più niente di non rifatto.
Finita la pausa digestiva ho continuato ad allontanarmi dalla discutibile città vecchia, chiedendomi come abbia fatto una popolazione così cordiale e civile a tollerarne la trasformazione in luna park della cianfrusaglia. Ho quindi attraversato un gaio mercatino popolare, raggiungendo finalmente un paio delle cose belle di Bukhara, l'icastico, affascinante mausoleo funebre di Ismail Samani (fondatore della dinastia samanide) e il cosiddetto mausoleo Chasma- Ayub, ovvero Sorgente di Giobbe (l'avrebbe fatta scaturire lui picchiando il bastone per terra), ora museo degli acquedotti sullo stile (sommariamente) di quelli bellissimi che si vedono a Yazd (Iran) e a Turpan (Sinkiang cinese).
Il giorno seguente un giro in auto mi porta ad altre due cose belle, il mausoleo di Buyan Khuli Khan e soprattutto Char Minar, ovvero Quattro Minareti in persiano-tagiko, che non sono affatto minareti ma torrette ornamentali, essendo l'edificio il sopravvissuto portale di una madrasa ormai scomparsa. Il luogo è bello soprattutto perché nascosto in un labirintico quartiere povero, per fortuna sfuggito ai restauri (non l'edificio in sé). Per fotografare una laboriosa famigliola di panettieri all'opera in uno stambugio, spalanco da fuori la finestrella, mandando letteralmente in fumo le fiamme del forno e rovinando buona parte del lavoro in corso. Un dolcissimo ragazzino, senza la minima protesta, viene a rimettere accuratamente a posto i paravento e a chiudere i vetri. Io mi sento quell'imbecille che sono. Il loro pane, nella tipica forma uzbeka a ruota, è buonissimo, ma io continuo tutto il giorno a sentire in bocca un sapore di amaro.
Di notevole interesse, seppure anch'esso in corso di preoccupante restauro con fondi sauditi, il mausoleo del fondatore dei dervisci detti Naqshbandi dal suo nome. Una venerata (non soltanto in Asia Centrale) figura religiosa quasi di stile benedettino, il cui motto era proprio una specie di ora et labora: la vita dello spirito e la preghiera devono essere completate e arricchite dal lavoro. Lui personalmente traeva il suo nome dalla professione esercitata: era un naqshband, ovvero un intagliatore di stampi in legno per la tintura dei panni. Gli stampi che ho visto usare con straordinaria perizia dagli amici Fakhfori a Isfahan.
Qualche secolo più tardi i suoi seguaci furono fierissimi avversari della sovietizzazione. Sarebbe complicato, in questa sede, spiegare chi furono i ribelli basmachi e il «giovane turco» Enver Pascià, entrato in rotta di collisione con Atatürk e fuggito in Asia Centrale all'inseguimento di un romantico sogno di SuperNazione PanTurca. Prima finse di allearsi con Lenin, poi divenne un furioso nemico dei Soviet. Morì tra i monti tagiki del Pamir, non si sa con certezza dove, alla testa (si dice) di una carica suicida di cavalleria all'arma bianca contro le mitragliatrici sovietiche. Atteggiamento da autentico soldato turco, devo riconoscere, se è vero. Gli attuali discendenti politici dei basmachi non fanno dormire sonni tranquilli al governo postcomunista uzbeko, in quanto fomentatori delle pericolose (e talvolta sanguinose) aspirazioni alla trasformazione del paese in una repubblica islamica integralista. Alla larga.
Erano senza dubbio sanguinari, gli emiri di Bukhara, ma i cannoni britannici non sparavano cotone emostatico, e in Asia Centrale si sapeva bene che cosa stava succedendo in quei decenni dell'Ottocento poco lontano da lì, in Afghanistan e in India: certe profferte di alleanza non potevano non essere considerate pelose.
«Il Macellaio» Nasrullah Khan, tuttavia, pare fosse un caso un po' particolare. Per ascendere al trono, nel 1826, assassinò tutti i fratelli con il contorno di ventotto parenti. Non ricordo più se fu lui o il suo discendente Muzaffar - quello che nel 1868 si arrese finalmente alle truppe russe del generale Kaufman divenendo un vassallo dello zar -, a essere invitato a Mosca per un po' di festeggiamenti intesi ad ammorbidirlo. Di bagordo in bagordo tornò a casa con la sifilide. Come se la curava? Facendosi mettere nel letto ogni sera una vergine nuova. Secondo lui era la migliore cura possibile.
Tuttavia Storia e Progresso sono inarrestabili, nel bene come nel male: nel 1888 i russi portarono fino a poca distanza da lì la Ferrovia Trans-Caspiana. Non in città ma a quindici chilometri, per rispettare la sommessa richiesta del vassallo Emiro Abdallah Khan, timoroso che quei tremendi fumi di carbone potessero offendere la sacralità islamica della sua asservita capitale. La stazione fu costruita a Kagan, rinominata Nuova Bukhara. Sostituiti i cammelli con i treni, per i russi divenne molto più facile portare lì i cannoni. Ce n'è ancora traccia sul gigantesco e (tanto per cambiare) restauratissimo minareto Kalon.
Sotto il minareto, sullo spiazzo della Moschea del Venerdì, è un frenetico fervere di commerci, si vende di tutto, seta, colbacchi, cucchiai di legno, foto sapientemente sbiadite degli Emiri, medaglie arrugginite di Stalin, pellicce di agnellino, quelle che un tempo in Italia si chiamavano «di persiano» ed erano celebri per tenere un freddo raccapricciante. Ne aveva una, nera, anche la mia mamma.
Un mattino, mentre visito la grande moschea - anch'essa tutta rifatta, almeno all'esterno - con i suoi severi pilastroni bianchi ad arco acuto, così tipicamente timuridi da ricordarmi immediatamente la moschea di Tamerlano nel complesso del Venerdì a Isfahan, davanti al portico sta sistemando il banco di famiglia uno sveglissimo ragazzetto che si ripara dal freddo ottobrino con una svolazzante pelliccia appunto «di persiano», molto bella, marrone. Mi esorta ad acquistarla per mia moglie, e per me uno dei suoi colbacchi; gli prometto che ripasserò nel pomeriggio. Colbacco più, colbacco meno, perché no? Mi piacciono, e qui, oltre a essere bellissimi, costano un'inezia (anche se più che in Iran, ma sono migliori).
Il pomeriggio, quando ripasso di lì essendomi completamente dimenticato della mia promessa, eccolo appostato sul sentiero di guerra. Non appena mi siedo per cambiare la pellicola nella macchina fotografica, si piazza al mio fianco come un gatto. Ha quindici anni e parla un ottimo inglese. Dove lo ha imparato? A scuola? Si stringe nelle spalle. No, dice finalmente, non vado a scuola, preferisco studiare in privato con un amico professore.
Strano mondo sembra essere diventato questo Uzbekistan postcomunista. Le pensioni degli anziani si sono volatilizzate e, a quanto pare, a scuola non si va. Chissà che cosa ne è stato dell'assistenza medica che consentiva alle signore le loro splendide sfilate di denti d'oro. Eppure si vede benissimo che il paese è tutt'altro che povero, e non potrebbe mai esserlo con quelle miniere d'oro, quelle distese di cotone e quelle riserve di fonti di energia. Tanto più che, proprio per la raccolta del cotone, in ottobre le scuole vengono chiuse, e studenti e scolari di entrambi i sessi sono di corvée nei campi a raccogliere quella che Marco Polo chiamava «bambagia». Ciascuno, pare (ma riferisco di seconda mano), con una sua quota di raccolta da rispettare obbligatoriamente.
Anche se, da quanto ho visto, ho più di un sospetto che a questa corvée del cotone possano non sfuggire soltanto i ragazzini di campagna. I più poveri, insomma, tanto per cambiare. Li ho visti al lavoro, sono venuti con bellissimi sorrisi a darmi il benvenuto portandomi ramoscelli di cotone in fiore. Gli altri, quelli di città, maschi e femmine, girano tutti ben vestiti a farsi fotografare e a piatire penne e bon-bon dai turisti. Che bisogno avranno di quelle brutte biro, in genere pubblicitarie di medicinali che possono soltanto far male, altrimenti non avrebbero bisogno di pubblicità? O si tratta proprio di un subdolo strumento pubblicitario teso alla conquista di nuovi mercati? Come si fa a non vergognarsi di regalarle?
Quindi il simpatico ragazzo di Bukhara non va a scuola e impara da privatista a fare il commerciante. Con l'aria che sembra tirare lì attorno (e non soltanto), ha sicuramente ragione lui. Potrebbe diventare un'icona dell'attuale Pubblica Istruzione italiana. Mentre chiacchieriamo in maniera davvero molto piacevole, perché è sveglissimo, si siede con noi sul muretto anche il padre, che parla a sua volta un inglese roccioso. «Sì», ammette, «è il più intelligente della famiglia. Mi piacerebbe tanto poterlo mandare all'estero. A mettergli in tasca cinque o seimila dollari», e picchia sulla tasca posteriore dei jeans del figlio, «non ci metto niente, ma il problema è il visto. Perché non lo porti via con te?»
Quante volte me lo sono sentito dire. Persino nel Sud d'Italia, quarant'anni fa. Poi in Algeria, in Turchia... Una battuta, certo, ma non fino in fondo. In ogni caso, a parte l'impossibilità concreta, come faccio a spiegare a questo bravo e furbo mercante che con cinque o seimila dollari nel suo paese si è benestanti, ma da noi si campa ben poco? Come glielo dico? Come fa a capirmi? A Khiva ho comperato per un dollaro uno splendido paio di calzerotti di lana fatti a mano. A Samarcanda, un paio di giorni più tardi, per la stessa cifra comprerò un bellissimo zucchetto, altrettanto di lana, ugualmente fatto a mano. Da noi, probabilmente, con un dollaro non si compera nemmeno un gelato.
Precipiterei in un umore veramente nero se, per un inopinato colpo di fortuna, non mi si piazzassero davanti i tre discendenti di Tamerlano, Pietro e Alessandro, già con il colbacco in testa. Il loro sorriso fa ricomparire anche il mio. Meno male...
Leggi le recensioni
Se non hai una libreria di fiducia vicina a te:
Rilegato Ponte Grazie o Tascabile TEA
