La narrativa di viaggio di Mario Biondi ©
Con il Buddha di Alessandro Magno.
Dall'ellenismo sull'Indo ai misteri del Tibet
(2008 - L'inizio)

PREMESSA
Pitagora e Buddha
Eracle e Vajrapani.
E Alessandro Magno
Secondo me i veri viaggi si alimentano di se stessi: da uno ne nasce un altro, dal fascino di un luogo deriva l’impulso ad andarne a visitare un altro, e altri ancora. Quindi per adesso non so bene come si svilupperà né dove andrà esattamente a concludersi questa storia, se non necessariamente da qualche parte del Tibet, ma so per certo che comincia a Bisotun.
D’accordo, Bisotun (o Bisitun, Bisutun, Behistun) non è uno dei luoghi più noti del mondo, nascosto come si trova là nel cuore delle montagne dell’Iran, che un tempo era la Persia degli Achemenidi. Eppure agli occhi della Storia è un sito di grande importanza, e non soltanto per la sua collocazione centralissima sulla Strada dei Re, poi divenuta Via della Seta: un itinerario che conduceva da Susa a Ecbatana (e viceversa), capitali di Ciro e Dario. A Occidente proseguiva verso Babilonia e il Mediterraneo, a Oriente verso i deserti, le steppe e le montagne dell’Asia Centrale, fino in Cina.
Un viaggio lunghissimo, che secondo alcuni sarebbe sempre stato affrontato bene soltanto dai ‘‘viaggiatori britannici’’. Ma Marco Polo era di Chelsea? E venivano da quei dintorni Giovanni da Pian del Carpine e Odorico da Pordenone? Erano di Manchester o Liverpool i padri Mattia Ricci, Ippolito Desideri e Francesco Orazio Olivieri del la Penna? Non mi pare. Eppure, armati soltanto della loro curiosità e fede, arrivarono in Mongolia, a Pechino e addirittura a Lhasa (gli ultimi due) secoli prima che i britannici vi si spingessero a colpi di mitragliatrice nel 1904 dalla confinante India. E ancora: erano britannici Giuseppe Tucci, Fosco Maraini, Luciano Petech?
Intorno al 1200 non so quanti britannici ci fossero a Yangzhou, Cina – importante centro commerciale sullo Yangtze –, ma per certo ci viveva circa un migliaio di farangi, ovvero ‘‘franchi’’, come erano chiamati gli occidentali la tini in tutto il Vicino, Medio e Lontano Oriente. E i due ultimi presidenti cinesi, Jiang Zemin e Hu Jintao, vengono proprio da lì, quindi non si può escludere che nelle loro ve ne scorra qualche goccia di sangue disceso da quei ‘‘latini’’.
Marco Polo fu inviato a Yangzhou da Kubilai Khan come funzionario tra il 1282 e il 1287 circa. E la scoperta in loco della tomba (1342) di Caterina Vilioni, appartenente a una facoltosa famiglia di commercianti italiani (con ogni probabilità genovesi) pone una forte ipoteca sulla possibile nazionalità di questi ‘‘latini’’. Due anni più tardi, secondo un’altra targa, morì lì anche suo fratello Antonio. Il francescano Odorico da Pordenone, che visitò la città nel 1322, riferì di esservi stato ospitato da appartenenti al suo stesso ordine. Britannici?
Partiamo dunque da Bisotun, in Persia, tra Kermanshah e Hamedan. Nel XIX secolo, altissimo su una roccia a strapiombo, vi fu scoperto, o perlomeno portato all’ampia conoscenza del mondo, un rilievo di straordinaria importanza. Il primo a parlarne era stato Ctesia di Cnido nel 400 circa prima dell’Era Comune,* ma nessuno si era mai dato la pena di inerpicarsi lassù per cercare di decifrarlo.
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* A livello internazionale è in corso una civile disputa sull’op portunità o meno di continuare a usare indiscriminatamente le espressioni ‘‘avanti Cristo’’ e ‘‘dopo Cristo’’. E i non-cristiani? si obietta. Sono tanti, tantissimi, la maggioranza. Di conseguenza alcuni autori preferiscono usare la formula E.V., ovvero Era Volgare. Ma a livello internazionale la formula più usata sta diventando l’inglese CE, ovvero ‘‘Common Era’’, una forma di datazione che, pur continuando a decorrere da quello che tutti considerano l’anno 1, è comune a tutti noi, popoli fratelli, a prescindere da etnia, cultura e confessione. Dai tempi di Mao la usano in forma esclusiva anche i cinesi (公元 go ngyuán). In un libro come questo, rivolto a tante etnie, culture e religioni, ritengo opportuno usare la traduzione italiana dell’inglese ‘‘Common Era’’, ovvero ‘‘Era Comune’’.
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Si tratta di un rilievo achemenide in cui Dario racconta i propri atti esemplari, un po’ come più tardi avrebbe fatto l’imperatore Augusto con le sue Res gestae. Di queste ultime mi pare che sia sopravvissuta soltanto, molto malconcia, la stele del tempio di Augusto ad Ankara, tutta sorretta e nascosta da tubi Innocenti. Avendola visitata diverse volte, mi era parso doveroso (viaggio che genera viaggio...) andare a rendere omaggio anche all’iscrizione di Dario. Ecco il motivo del mio vagabondare a Bisotun.
Rendere omaggio e niente più, comunque, perché se uno non è un alpinista non può far altro che guardare quel rilievo da molto in basso. E un provetto alpinista doveva essere il britannico Henry Rawlinson, che dal 1835 in avanti effettuò il primo tentativo serio di decifrarlo. Ma il nobile romano Pietro Della Valle era passato di lì due secoli prima, nel l’inverno del 1617,* viaggiando da Baghdad a Isfahan. Era partito dall’Italia per un pellegrinaggio nei Luoghi Santi co me alternativa al suicidio per amore. Arrivò fino nel sud dell’India, documentando i suoi viaggi con una serie di lettere a Mario Schipano, professore di medicina a Napoli, colui che gli aveva dato il ragionevolissimo consiglio di viaggiare invece di togliersi la vita.
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* Ne scrive nella ‘‘Lettera 19 da Sphahàn de’ 17 marzo 1617’’. I viaggi
di Pietro Della Valle, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1972.
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Quindi si limitò a quasi morire dal freddo quando gli capitò di dormire in un villaggio proprio ai piedi della roccia di Bisotun – Shahr-i nau, ovvero ‘‘Città nuova’’ –, affollatissimo per l’arrivo in senso contrario di una grossa carovana da Isfahan, ma quasi sicuramente non vide il già di per sé poco visibile rilievo, che con ogni probabilità era anche coperto dalla neve. Infatti non ne parla. Con lui viaggiava la moglie Maani, bella principessa cristiana di Mardin (oggi nell’estre mo sud est della Turchia), di cui si era innamorato vedendola in un ritratto: era andato a cercarla fino a Baghdad, e, trovatala, l’aveva portata con sé nel periglioso viaggio.
La poverina morì nel 1621 con grande disperazione del marito, che le dedicò un’Orazione funebre poi data alle stampe. Pietro Della Valle la fece imbalsamare e se la portò dietro per tutto il viaggio in India e ritorno, seppellendola finalmente a Roma nel 1627. Intanto pare che avesse spedi to in Italia (1620) i primi esemplari di gatti persiani. Sposa ta in seconde nozze una figlia adottiva della prima moglie (una georgiana che gli diede 14 figli), morì nel 1652 lasciando con i suoi resoconti di viaggio un documento fondamentale per lo studio della storia di quelle zone. Grandissimo viaggiatore. Italiano.
A onor del vero, però, prima di lui, attorno al 1598, era arrivato ai piedi dell’iscrizione l’avventuriero britannico Robert Sherley, che però la prese per una raffigurazione del l’Ascensione di Cristo, con un’iscrizione in greco.
Il testo dell’iscrizione di Bisotun è invece in tre lingue, per siano antico, babilonese ed elamitico, linguaggio scomparso senza lasciare eredità ad alcuna lingua nota. Al momento del mio passaggio, alcuni anni or sono, dalla sua base si levava una malsicura e ripidissima scaletta (comunque sprangata), ma ai tempi di Rawlinson (e a quelli di Della Valle e Sherley) si poteva soltanto scalare la roccia.
Vi è raffigurato Dario, scortato dai due portatori di arco e lancia, che passa in rassegna i rappresentanti di dieci po poli sottomessi. Dati i dodici personaggi sottesi a un tredicesimo di natura chiaramente più elevata, ci sono stati diversi che hanno voluto vedervi Gesù con gli apostoli, ma si tratta di Dario. Il quale, al punto 6 dell’iscrizione, afferma: « Questi sono i paesi che mi sono soggetti e dei quali per grazia di Ahura Mazda* sono divenuto re: Persia, Elam, Babilonia, Assiria, Arabia, Egitto, i paesi sul mare, Lidia, i Greci, Me dia, Armenia, Cappadocia, Partia, Drangiana, Aria, Cora smia, Bactriana, Sogdiana, Gandha¯ ra, Scizia, Sattagidia, Aracosia e Maka; ventitré terre in tutto. » Di alcune di que ste terre avremo modo di parlare piuttosto a lungo.
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* La divinità principale dello zoroastrismo o mazdeismo.
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Tacito però racconta che a Bisotun sorgeva un altare di Eracle, e in effetti eccolo lì, raffigurato in una statuetta gessosa, panciutella e bruttina, adagiato come Poppea sulla roccia all’ingresso del sito, con posata accanto la sua clava.
È uno dei ricordi rimasti in Persia del passaggio di Alessandro Magno diretto verso l’Indo. Ma quella rozza statuetta di Eracle a Bisotun, oltre che un segno del protendersi dell’ellenismo verso l’India, costituisce anche l’importante preannuncio di un incontro straordinario.
Il mondo era un unicum culturalmente globalizzato già nel VI secolo avanti l’Era Comune? Si direbbe di sì. Nel 570 circa, a Samo, koiné greca, nasceva (forse) Pitagora, matematico, filosofo, mago, semidio... Tra i cardini di quello che fu (forse) il suo insegnamento, i seguenti concetti: l’anima vive anche dopo la morte fisica e trasmigra in diverse vite successive in cerca della perfezione. Tra i corollari: non fare male agli animali, non mangiarne la carne...
Nel 560 circa, a Lumbini, attuale Nepal, koyné indiana, nasceva (forse) un erede del re dei Sakya,* detto per que sto Sakyamuni.
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** Da non confondere con l’omonima città del Tibet, per lungo tempo sua capitale, sede dell’omonima ‘‘setta’’ buddista. Non credo però che fra le due cose vi sia un legame, o perlomeno io non l’ho trovato.
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Denominato Siddhartha Gautama, è consi derato il fondatore del buddismo e comunque il Buddha della presente era. Tra i cardini di quello che fu (forse) il suo insegnamento, i seguenti concetti: l’anima vive anche dopo la morte fisica e trasmigra in diverse vite successive fino a raggiungere la perfezione del nirvana. Tra i corollari: non fare male agli animali, non mangiarne la carne...
Non so quanto dell’insegnamento pitagorico sia arrivato fino ad Alessandro attraverso il suo precettore Aristotele, e ancora meno so quanto egli possa essere entrato in contatto con precetti e pratiche dell’insegnamento di Siddhartha Gautama. So soltanto che, a un certo punto della Storia, le contemporanee koyné in cui i due insegnamenti erano nati vennero a stretto contatto. E il veicolo, l’agente del contatto fu precisamente Alessandro, quando, chiamato Iskander-Sikander, raggiunse con il suo esercito e la sua corte le terre a Occidente dell’Indo.
Lungi da me – Dio ne scampi – l’idea di tracciare un quadro dell’incontro, dell’intreccio e delle similitudini tra l’insegnamento pitagorico e quello buddista: non ne sarei mai capace e non so nemmeno se sia possibile farlo in termini scientificamente attendibili. Lungi da me anche l’intenzione di tracciare una storia del buddismo o di discuterne i diversi sviluppi e le innumerevoli diramazioni nel corso dei 2500 anni della sua storia: anche di questo non sarei mai capace.
Questi miei ricordi intendono soltanto ripercorrere il lunghissimo viaggio che da quell’incontro tra Eracle e il buddismo ha avuto origine. Un viaggio nel cui corso il concetto di Buddha ha vissuto una straordinaria serie di trasformazioni, e attraverso cui il buddismo, che nelle terre indiane stava scomparendo, si è fatto sempre più forte.
Quell’itinerario è stato percorso nei secoli da una varie gata miriade di pellegrini, predicatori, cronisti e artisti, e ho deciso di percorrerlo a mia volta, con divorante curiosità , in tappe successive, come del resto facevano anche quegli an tichi viaggiatori: partivano, si fermavano, magari tornavano indietro, svernavano, cambiavano itinerario, ripartivano. Ci mettevano anni, molti di più , tutto sommato, di quanti ce ne abbia messi io.
Chi fosse Eracle, con fatiche, amici, nemici, mogli, figli, amanti, amati non credo sia necessario spiegarlo. Quanto a Vajrapani, fu uno dei primi bodhisattva. Protettore e guida del Buddha Sakyamuni, ne simbolizza il potere. Trae il no me dal fatto che regge nella mano il vajra, ovvero una clava di diamante. Una clava che a un certo punto ha cominciato ad assomigliare moltissimo a quella di Eracle. E i due sono diventati parenti tanto intimi da arrivare a fondersi, procedendo insieme dall’Indo fino all’Estremo Oriente.
Così io ho cercato di seguire le loro tracce.
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La foto dell’Eracle di Bisotun è di Mario Biondi

Il Vajrapani in veste di Eracle come protettore del Buddha (II secolo EC) è del British Museum, cortesia di Wikipedia.org
I LUOGHI. Cartine all’inizio dei capitoli
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