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Theresa Russell
Theresa Russell

Intervista (1991)
Ma di fronte alle scene erotiche che ti capitano tanto spesso, come reagisci? Voglio dire, non provi un po’ di imbarazzo? Non so, pudori... «No, guarda, è la cosa meno eccitante del mondo. Non ci si accorge quasi nemmeno di avere un partner. Bisogna stare con l’orecchio teso alle istruzioni del regista. Qualche problema nasce soltanto se c’è mio marito, perché si agita subito. Pudori? Macché. È soltanto lavoro. Caso mai mi diverto sempre moltissimo a vedere le difficoltà che avete voi maschi a mettervi nudi davanti alla macchina da presa. Non sapete mai che cosa fare di quel vostro coso, dove metterlo.» Ecco: Theresa Russell è fatta così. Ironia, simpatia, calore umano, semplicità. E una straordinaria franchezza.

I pantaloni di cuoio nero con cui l’ho vista arrivare nel teatro di posa dove dev’essere fotografata sono senz’altro da dark lady. Anche il basco nero. E i neri stivali western. E la mascolina giacca grigio scuro. Ma non lo è di sicuro il nasino che guarda il cielo. Né i capelli color chiaro di luna. Né gli occhi di opale. Ma soprattutto non lo è il sorriso. Splendidamente semplice, Theresa Russell è radiosamente bella. L’ho vista così anche qualche sera fa, quando ci siamo incontrati nell’atelier di Krizia dov’era stata invitata in veste di ospite d’onore. Era la prima sfilata cui assisteva ed è ancora eccitatissima nel descrivermi come le sia piaciuta, come l’abbiano colpita lo spettacolo ma soprattutto la signorilità dell’accoglienza, la professionalità, la serietà. Sembra una bambina che abbia scoperto un gioco. Dov’è l’oscura dama di tanti film?

Eppure l’espressione «oscuro» la leggiamo anche nel titolo dell’ultimo di essi, Oscuri presagi, diretto dal marito Nicolas Roeg. Gli impegni del lancio in Italia le lasciano pochissimo tempo. Quando è arrivata, verso le tre, era completamente digiuna. Ha chiesto subito un espresso e un po’ di acqua minerale, di cui ha dimostrato di avere un evidente bisogno, mentre già la truccatrice era al lavoro per dare il via alla metamorfosi destinata in poco tempo a trasformarla nella conturbante lady tra il dark e il fiammeggiante che è il cliché del suo look. Ora le portano qualcosa da mangiare, poche sottilissime fette di formaggio e un pomodoro tagliato. Li mangia in piedi, parlando con me mentre la truccano.

«Ti capita spesso di doverti nutrire in questo modo avventuroso?» le chiedo. «Per forza», risponde. «Così è la vita dell’attrice. Però, come vedi, sono tutt’altro che skinny». No, devo ammetterlo, è tutt’altro che pelle e ossa. Anzi. Poco dopo sentiremo le addette allo styling scambiarsi sottovoce le loro opinioni circa la taglia. Quarantaquattro? Quarantasei? «Quarantasei», taglia corto lei, con una risata. Nonostante le preoccupazioni della truccatrice, timorosa che il suo paziente lavoro possa sgretolarsi in un lampo di disattenzione, sembra incapace di trattenersi dal ridere. E noi gliene siamo grati: tutta l’atmosfera ne risulta alleggerita, resa più informale, gaia.

Parliamo dunque di te, Theresa. Chi sei? Da dove vieni? Dove intendi andare? Racconta di essere nata a San Diego, California, da un giovanotto di stanza presso la base navale e da una poco cauta fanciulla. «Per causa mia hanno dovuto sposarsi», spiega, scoppiando in un’ennesima, sana risata che terrorizza definitivamente la truccatrice, la quale la avverte con un filo di voce che non dovrebbe parlare. Theresa annuisce compunta, da brava scolaretta disciplinata, stringe le labbra per qualche secondo. Poi riattacca. Dopo un anno di San Diego la famigliola si trasferisce a Los Angeles, nella Valley. Ma è vero, le chiedo, che hai avuto un’infanzia poco felice, per non dire dura, che tuo padre...

Risponde scrollando le spalle. «Niente di speciale», dice. «Cose che in America capitano a migliaia di bambini. Sì, certo, mio padre era sempre perso dietro a certe sue personali chimere, ha finito con il diventare buddista, e ci capitava spesso di dover campare con i buoni dell’assistenza sociale, ma ciò non significa necessariamente essere infelici. Avevo semplicemente moltissimo da fare perché dovevo dare una mano in casa, badare ai due fratellini più piccoli, ma insomma si tirava avanti». E la scuola? «Ah, non sono mai stata particolarmente studiosa Il mio primo boyfriend, alle superiori, era un grande appassionato di surf. Quindi andava a finire che bigiavamo sempre. Via sulla spiaggia, a cercare le onde del Pacifico».

Socchiude gli occhi pensosa, sognante. «Sì, da quel punto di vista non mi è mancato proprio niente». Quale punto di vista? «Mah, sai. Sesso. Droga leggera, il tipico bagaglio dell’adolescente californiano medio di quei tempi». E gli occhi tornano ad aprirsi, illuminati da un nuovo sorriso. A dodici anni, continua, era già stata scoperta da un fotografo. A quindici, quando la madre decide di spedirla dal padre da cui ha divorziato, lei si ribella. Pa’ Russell è andato a ficcarsi in Messico per perseguire le proprie meditazioni buddistiche, e lei non ci sta. Ha già cominciato a fare qualche pensierino al cinema. Che cosa ci farebbe tra i cactus del Messico? Fugge praticamente di casa. La accoglie l’Actor’s Studio di Lee Strasberg. La sua carriera è ormai segnata, fino al giorno dell’incontro, a ventun anni, con l’attuale marito: una svolta importantissima.

Un uomo che ha ventinove anni più di lei. Come mai? Ricerca del padre che non ha praticamente mai avuto? Lei si mette di nuovo a ridere. «No, non direi proprio. Pensa che prima di sposarci abbiamo deciso di non vederci per un anno. Ma non è servito a niente. Siamo ormai sposati da tanto tempo e stiamo benissimo insieme, anche se naturalmente abbiamo i nostri alti e bassi, essendo due persone profondamente indipendenti. Abbiamo due figli che adoriamo. Infatti non vedo il momento di tornare a Londra, da loro. La professione a cui tengo di più è quella di madre».

A Londra, però, non ci torni soltanto per loro. Hai anche un progetto di lavoro. «Sì, certo. Ma così sarò vicina ai bambini. Devo girare un serial televisivo in tre puntate per la Bbc, in cui farò la parte di due gemelle, delle quali una viene presa da un’ossessione omicida nei confronti dell’altra». Di nuovo una storia «oscura», quindi. E poi? «Poi andrò a girare un film negli Usa». Una vita da pendolare, dunque, tra Londra e Hollywood. «Sì, in pratica è così. Io e mio marito abbiamo casa in entrambi i posti. E a me piace. Mi consente una visione più ampia del mondo. Quando mi stanco di Los Angeles, che può essere un posto tremendo, visto che tutti non pensano ad altro che al cinema, scappo a Londra, dove la gente ha meno paraocchi, è più colta, ha interessi più vasti, anche politicamente. Però anche loro possono essere spaventosamente noiosi. Quando mi stufano, dietro front, torno a Los Angeles. Bello, no?». Eh, be’.

Intanto la trasformazione procede. Sotto le dita esperte della truccatrice siamo ancora in una fase informe, in cui la maschera di Theresa assomiglia singolarmente al viso sofferente della prostituta di Whore. Immagino sia stata la tua prova più impegnativa, dico. «Assolutamente. Conclusa la lavorazione, ero esausta come non mi è mai capitato di essere. Una fatica estenuante. Un’esperienza che mi è piaciuto moltissimo fare ma che spero non debba ripetersi mai più. I problemi psicologici per entrare nei panni del mio personaggio erano enormi. La vicenda raccontata mi deprimeva oltre ogni limite. Inoltre dovevamo risparmiare su tutto, avevamo un budget di spesa ridottissimo».

E con l’altro Russell, il regista, le cose come sono andate? «Oh, sai, Ken è totalmente pazzo, ma è un uomo affascinante. Esige moltissimo, ma lascia anche una grande libertà di improvvisazione. Il finale, per esempio, non era affatto previsto cosi: è venuto da sé». La trasformazione si sta concludendo. Le creme si asciugano, i capelli si sciolgono. La dolente e sconclusionata protagonista di Whore sta cedendo il passo alla bella patinata e crudele di Vedova nera. Ti senti trasformare anche nell’intimo, le chiedo, allo stesso modo in cui stai cambiando all’esterno? Di nuovo ride. «Mi sentirei trasformare molto di più se potessi concentrarmi e non dovessi parlare con te», scherza.

Chi la sta accudendo ne approfitta però immediatamente per ingiungerle di tacere. Stanno lavorando al trucco della bocca, c’è il problema del rossetto da accostare agli abiti neri e rossi che indosserà. Lei si concentra, tace compunta, si dedica al problema per qualche istante, ma poi riattacca a parlare. Non riesce a stare zitta. Ai suoi occhi i rapporti umani valgono evidentemente più di tutto. Adesso è lei a porre domande a me. Vuole sapere com’è Milano, che conosce poco, com’è Firenze, dove è stata un paio di giorni. Dice che le piacerebbe poter abitare per un po’ a Roma. Sì, in lei non vi è nulla di glamorous, nulla di finto. Vera curiosità, semplicità, intelligenza, educazione. Sa che ho intervistato Madonna e mi chiede come l’ho trovata. «Siamo abbastanza amiche dai tempi in cui era sposata con Sean».

Amiche? Mai visto due donne più intrinsecamente diverse. Continuiamo a parlare di te, insisto. C’è qualche personaggio femminile storico, letterario o reale che vorresti impersonare? Rossetto o non rossetto, le labbra si aprono in un sorriso festoso. «Vorrei tanto fare finalmente una commedia», risponde con aria deliziata. «Un western! Sai, io discendo da una famiglia di pionieri dello Iowa. Mi piacerebbe recitare a cavallo, con il fucile. Quando mai capiterà?». E con quale regista vorresti lavorare? Be’, i migliori. Non so. Bertolucci, Scorsese, Demme. Ah, già, Woody Allen... Visto che non ho figliole femmine...». E Theresa scoppia in una definitiva risata liberatoria.

Quello che invece non è più libero sono io. Vengo cacciato. La diva deve essere vestita. Quando ricompare, la trasformazione è completa. Ecco davanti a noi il più duro esempio di dark lady. Drappeggiata in una pesante cappa nera, si sistema sotto i riflettori cercando sapientemente l’angolazione giusta. L’ampio bavero lascia intravedere il lampo di una sguardo d’acciaio. Gli scatti si susseguono, anche dopo che l’abito dark è stato sostituito da un rosso fuoco, da assoluta vamp un po’ puttana. Theresa lavora senza concitazione, ma con grande concentrazione, senza tuttavia dimenticare una parola di simpatia per tutti. Un gioco di parole. Una battuta. Vedendomi in un angolo che continuo a prendere appunti, mi grida «Una bella noia, eh?». Ma quale noia? Se fosse per me, starei qui tutta la vita. Invece purtroppo la seduta si conclude. Com’è tenera e calda la sua pelle quando se ne va, salutandomi con due calorosi baci sulle guance. Rimango solo nel teatro di posa, a meditare su oscuri presagi.

(Amica, autunno 1991)