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Jodie Foster
Jodie Foster

Ritratto (1992)
Quanto ci vorrà perché su quell’espressione di terrore possa calare l’oblio? Quella che abbiamo visto dipinta negli occhi della protagonista del Silenzio degli innocenti braccata dal sadico scuoiatore di donne. Un’interpretazione memorabile. Eppure tutto è cominciato un quarto di secolo fa con il più allegro dei sederini. Un innocente fondoschiena infantile che, sbarazzinamente scoperto dai denti di un cagnetto, svelava il candore della pelle sottostante: un geniale espediente pubblicitario capace di far vendere milioni di bottigliette di Coppertone in tutto il mondo. Il culetto di una bimba di tre anni totalmente sconosciuta, di nome Alicia Christian Foster, detta Jodie, nata a Los Angeles nell’autunno del 1962. Lo stesso sederino, non cresciuto di moltissimo, divenuto appena appena sederotto, gli spettatori avrebbero poi avuto modo di vederlo non più parziamente denudato ma galeottamente coperto da un paio di vertiginosi hot pant in un film destinato più che a confermare la classe di Martin Scorsese e di Robert De Niro a rivelare l’eccezionale temperamento di una ragazzina poco più che tredicenne: Taxi Driver, primo premio a Cannes nel 1976. Data la scabrosità dell’argomento in rapporto con la sua giovanissima età, il Welfare Board, un ente creato apposta negli Stati Uniti, aveva preteso che Jodie fosse posta sotto stretto controllo psicologico prima e dopo la lavorazione del film. Ma lei era apparsa imperturbabile. "So benissimo distinguere la realtà dalla finzione", aveva risposto ai giornalisti che le ponevano domande pruriginose a una conferenza stampa. Se non avesse fatto l’attrice, che cos’avrebbe voluto fare? le era stato chiesto ancora. Il presidente degli Stati Uniti, aveva risposto. Una petulante bambina prodigio? Una delle tante hollywoodiane bolle d’aria destinate a sgonfiarsi con l’assestamento ormonale dello sviluppo fisico? Nossignori, una giovane donna di formidabile carattere, non destinata (forse) a succedere a Ronald Reagan ma sicuramente a diventare una dominatrice di Hollywood, una delle più grandi attrici drammatiche di tutti i tempi.

Eppure la sua piccola vita, a Los Angeles, non era cominciata sotto i migliori auspici. Abbandonata con tutta la famiglia da un padre ufficiale di marina che aveva preferito eclissarsi sfuggendo ai propri doveri, Jodie ha dovuto cominciare presto a dare il proprio contributo al bilancio domestico. Per gli audaci destinati a plasmare la propria fortuna, tuttavia, il caso è sempre in agguato. Non sapendo a chi affidarla, la madre la porta sul set dove un fratello maggiore deve girare uno spot pubblicitario: la piccola viene immediatamente notata e scoperta, divenendo nel giro di breve tempo il sederino più famoso del mondo. A tre anni già attacca a mantenere la famiglia. E alla stessa età, dopo aver cominciato a parlare a soli nove mesi, impara da sé a leggere. Vuole la leggenda che a cinque fosse in grado di valutare le sceneggiature degli spot pubblicitari e poco dopo di discutere le clausole contrattuali, lo sfruttamento della sua immagine. Assistita per altro da una madre con cui ancora oggi vive, una persona forse dotata di minori qualità drammatiche ma certamente altrettanto abile nella gestione dei risvolti economici (e psicologici) di una simile valanga professionale, di un simile mostro sacro cinematografico. Due donne forti, alleate per sempre. Il destino, tuttavia, è un fardello pesante da portare sulle spalle, il passato rimane scolpito nella coscienza più indelebilmente che nel marmo. Essere una bambina prodigio e poi una donna eccezionale ha i suoi costi, che possono essere gravi. Nonostante gli straordinari risultati, quella di Jodie Foster è stata una vita faticosa, impegnata allo spasimo, e lo spettatore non distratto può distintamente cogliere le tracce di tanto impegno nella sua espressione tesa, in certi movimenti bruschi, nelle parti che predilige.

Per quanto possa essere famosa, ammirata, esaltata, alla donna capita troppo spesso di essere ridotta a vittima. Sarà il caso di ricordare per l’ennesima volta Judy Garland? O, più di tutte, Marylin Monroe? Così ecco Jodie Foster prediligere con caparbietà i ruoli dove una donna può mostrare con più aspra chiarezza questa sua condizione. Prostituta tredicenne in Taxi Driver, stuprata in Hotel New Hampshire, perseguitata da uno psicopatico in Dentro la grande mela, braccata dalla mafia in Backtrack, di nuovo stuprata e perciò addirittura messa Sotto accusa in un altro film memorabile, persino nel Silenzio degli innocenti, pur vincitrice, riesce a far risaltare in maniera esemplare la condizione subalterna della donna: è sulla femmina che si scatena soprattutto la violenza dell’uomo, in forma feroce oppure subdola, sia esso un folle assassino scuoiatore o un collega poliziotto che lavora al medesimo fine di bene. Del resto, quante piccole violenze personali ha dovuto subire una donna di eccezionale sensibilità e cultura come Jodie Foster? Quanti mostri sacri hollywoodiani possono vantare una laurea, per esempio? Lei ce l’ha, presa a Yale, in materie letterarie, nel corso di tre intensi anni in cui ha voluto estraniarsi dall’inesorabile mondo dello showbiz per poter essere l’altra se stessa, quella forse più vera: una giovane donna dotata della ferrea volontà di migliorarsi sempre, in ogni campo. Ma ricordate com’erano cominciate le cose? Con un attentato al presidente Reagan mentre lei iniziava a frequentare l’università, e con lo squilibrato attentatore che dichiarava platealmente di averlo fatto per impressionare Jodie Foster, suo idolo, suo amore segreto. Non pochi hanno reagito come se fosse colpa sua, della stessa Jodie, in quanto simbolo di questo pantagruelico universo dello spettacolo che tenderebbe a divorarci tutti. Lo ha forse creato lei? Saremmo capaci di farne a meno? Poco dopo, a Los Angeles, a sua insaputa, veniva addirittura aperto un locale di spogliarelli chiamato "L’appartamento di Jodie". E quante altre sgradevolezze sono state dette sul suo conto, pettegolezzi sulla sua vita privata, insinuazioni su ciò che potrebbe avere di più privatamente sacro? Le sue educate repliche si sono presto ridotte a un silenzio che era fino da allora stretto parente di quello degli innocenti. Ritiratasi nel proprio guscio, ha agito. Lavorando duramente, come sempre. Studiando. Laureandosi. Facendo altri film memorabili.

Non è bella, Jodie. Ha un viso troppo squadrato, capelli tutto sommato opachi, gambe forse troppo robuste, una voce che arriva spesso ad appoggiarsi su tonalità basse. È piccola di statura. Ma anche da questo ha saputo trarre vantaggio, con immensa professionalità. Quando, sempre nel Silenzio degli innocenti, sale sull’ascensore in mezzo a un nugolo di allievi maschi della scuola dell’Fbi, la sua condizione di subalternità femminile appare lampante in maniera addirittura fisica. Il temperamento unito all’intelligenza e alla cultura le danno un qualcosa che tante attrici sfolgoranti di fascino fisico, travolgenti di sex appeal, non potranno mai avere: la magnetica capacità di attirare su di sé l’attenzione dell’obiettivo e dunque dello spettatore. Nel Silenzio, soltanto Anthony Hopkins riesce a starle alla pari. Tutti gli altri trascorrono sullo schermo quali semplici ombre. Semplici ombre appaiono persino coloro che la violentano in Sotto accusa: cavalcano sì con furia bestiale il suo corpo, ma nemmeno per un solo istante riescono ad appannare la sua presenza. Stracciata, stuprata, umiliata, vilipesa, eppure lì, dominatrice della scena. L’Oscar non avrebbe mai potuto trascurare simili interpretazioni. Due Oscar a meno di trent’anni, per una carriera di oltre trenta film. Quanti altri ne verranno ancora? E con quali riconoscimenti? “The Bossy Little Thing”, è stata scherzosamente soprannominata da coloro che hanno avuto occasione di lavorare con lei: espressione che significa grosso modo "Il capetto". Al femminile, naturalmente. Inesorabile perfezionista, Jodie Foster è certamente ben lontana dal sentirsi appagata. La sua ricerca continua.

Quanti dei suoi personaggi di "donna vittima" non hanno una famiglia degna di essere definita tale, come è successo anche a lei con la scomparsa del padre? In quanti di essi compare qualcosa di più o meno velatamente autobiografico? E ora l’autobiografismo sembra essere venuto completamente allo scoperto. Del nuovo film che sta girando in veste di regista oltre che di attrice è protagonista un bambino dotato di caratteristiche eccezionali, qualità destinate a riempire di orgoglio le madri ma a rendere tutt’altro che facile la vita di chi le ha. La storia si ripete: la medesima cosa è avvenuta un venticinquennio fa a lei stessa. Ciò che si vuole trovare, le insegna il terribile dottor Lecter nel Silenzio degli innocenti, bisogna prima di tutto cercarlo dentro di sé, tra i fantasmi del proprio intimo. Ma è una lezione che Jodie Foster, nella vita come nella professione, sembra avere appreso da sempre.

(Amica, presumibilmente 1992)