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© Mario Biondi
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e obbligo di citazione (per cortesia...)

John Le Carré
John Le Carré

I. Ritratto (1991)
II. Recensione: “Il sarto di Panama” (1997)
Come sembrava triste Berlino. Ci si chiedeva: ora che il Muro è stato abbattuto, ora che la Cortina di Ferro non esiste più, che cosa faranno le spie? Che cosa ne sarà degli elaboratissimi castelli di carte — alcune buone, molte fasulle —, dei diramatissimi reticoli di uomini — alcuni onesti, non pochi grami — messi in piedi da Kgb, Cia, Intelligence Service, Mossad e via enumerando? E, parallelamente, che cosa faranno i creatori di pirotecnici bestseller basati sul mondo degli 007? Come potranno continuare ad accumulare miliardi in valuta pregiata? Questo ci si chiedeva, preoccupati per Frederick Forsyth e Ken Follet, per Tom Clancy e John Le Carré. In realtà qualcuno di essi ha già tracciato scenari nuovi, dove il Medio Oriente fa la parte del leone. Altri sono invece più problematici. A capeggiare la schiera di questi ultimi, ovviamente, John Le Carré, incontrastato Amleto della spy story.

Le Carré è scrittore di autentico rango, uno di quelli che fra qualche decina di anni, quando i suoi libri avranno finito di essere bestseller popolari, quando il costo dei suoi diritti d’autore si sarà ridotto al lumicino, gli editori raffinati si affanneranno a "riscoprire", dedicandogli (forse) traduzioni tutte degne della qualità della sua scrittura e continuando a stravenderlo. Il balzacchiano mondo romanzesco che ha creato, il famoso Circus dello spionaggio britannico, si regge da anni sui propri piedi, ha sue regole interne, una logica particolarissima, una psicologia specifica, un linguaggio perspicuo (almeno in originale). Attraverso tale mondo e attraverso i suoi personaggi Le Carré è riuscito a far filtrare la propria visione dei rapporti di forza tra i due mastini dello status quo mondiale, con i loro pechinesi di contorno. Una visione problematica, che si è sempre rifiutata di definire in maniera manichea e inequivoca la categoria del buono e quella del cattivo. Più di tutti, dunque, Le Carré sembrava avere prefigurato il crollo, insieme a Muri e Cortine, di certe (altrui) adamantine certezze.

C’è veramente qualcuno che sta vincendo la guerra fredda, è andato via via chiedendosi negli ultimi romanzi, sempre più malinconici (fino a La spia perfetta e La casa Russia), oppure c’è soltanto qualcuno che sta perdendo? Sottile distinzione, amletico interrogativo, che si fa addirittura angosciato nell’ultimissima opera, Il visitatore segreto. "A volte un vincitore non c’è. E capita che nessuno abbia bisogno di perdere", dichiara un George Smiley più dubitabondo che mai verso la fine del libro. Questa volta sembrava non essere stato così. Un vincitore sembrava esserci. Chi aveva bisogno di perdere sembrava avere perso davvero. Quindi la guerra fredda sembrava finita. Ma attenzione a non farsi ingannare dalle apparenze, concludeva Smiley: "è stato il loro imperatore, non il nostro, ad avere la grinta di dichiararsi nudo". Ma nella realtà, al povero imperatore nudo è stato fatto uno scherzo assai brutto.

Comunque sia, il mondo fittizio di Le Carré sta perfettamente in piedi da solo, e in questa sua ultima prova il grande scrittore ne offre una sorta di summa. Così il lettore si vede scorrere davanti — in persona o semplicemente evocati — gli eroi positivi e negativi di tante indimenticabili vicende del Circus, con le sue filiali inglesi e con le sue "stazioni" estere. Il protervo traditore Bill Haydon con tutta la sua cricca (La talpa). (E la storia dei veri tradimenti dello spionaggio inglese — paralleli a quelli narrativi di Le Carré — è fin troppo nota.) Il fumoso Barley Bair, editore, spia e transfuga per amore (La Casa Russia). E come sempre le loro vicende pubbliche si intrecciano con quelle private. I dubbi ideologici si mescolano agli hobby personali, ai cedimenti psicologici, al decadere della carne, alle debolezze del cuore. Ma, soprattutto, ecco due eroi di sempre: George Smiley e l’enigmatico Ned dai mille cognomi di copertura, già capo della Casa Russia.

È quest’ultimo il narratore della nuova vicenda, ovvero, meglio, della nuova sfilata di vicende. E’ finalmente in pensione, insegna il mestiere alle nuovissime leve del Circus. E per alcune lezioni teoriche invita Smiley, il quale arriva con il suo fisico tozzo e i suoi abiti dozzinali, gli impermeabili senza colore, i cappottoni di stoffa che sembra fatta apposta per conservare la pioggia invece che tenerla lontana. E Smiley parla, esponendo tutta la propria pessimistica saggezza, che facendo da trama all’ordito di quella di Ned dipana davanti al lettore tutta la complessa weltanschauung dell’autore. Chi ha vinto? Chi ha perso?

Com’era bello, è il senso complessivo dell’appassionante schidione narrativo di Le Carré, quando si sapeva per definizione e per ideologia chi erano i buoni e chi i cattivi. Essendo noi i primi, era entusiasmante combattere gli altri. Adesso tutto è cambiato, la vecchia schiera di spie di Cambridge Circus, con le sue grisaglie e il suo borbottante understatement, è andata in pensione. E anche volentieri, si direbbe. "E’ ora di far calare il sipario sul vecchio combattente della guerra fredda... I nuovi tempi richiedono gente nuova. E non richiamatemi mai più, per favore", dice ancora un sempre più malinconico ed elusivo George Smiley. Già per colpa della Talpa lo avevano coattamente pensionato e poi richiamato a gran voce. Ma chi sarà questa "gente nuova", da quali ideologie e aspirazioni sarà spinta? Tutto è infinitamente più confuso. A seguire le lezioni di Ned e Smiley è una marezzata schiera di giovani connotati da una nuova durezza, da nuove motivazioni, su una vasta gamma che va dallo yuppismo al terzomondismo. Come sarà loro richiesto di agire, quale sarà il loro campo di operazioni?

Le considerazioni teoriche di Smiley mettono in movimento la memoria di Ned. Nella sua mente prende a scorrere, come tanti spezzoni di film, una serie di vecchie vicende, emblematiche, del caravanserraglio spionistico detto Circus. La forma della composizione è quella "a schidione", le vicende si seguono l’una all’altra, concluse in se stesse e tenute assieme, oltre che dai filosofemi di Smiley e dai ricordi di Ned, dal fatto di appartenere al favoloso mondo narrativo, autonomo e parallelo rispetto a quello reale, creato da John Le Carré. Così il lettore si delizia di scoprire vicende e personaggi che sembrano uscire da romanzi già letti. La giovane terrorista prigioniera in Israele, per esempio, non può non rinviare direttamente a La tamburina. Il Comandante Brandt e Bella sembrano uscire freschi freschi dal "ciclo" di Karla (La talpa etc.) E così via.

Componendo un’opera di narrativa, ai bravi scrittori capita non di rado di inserirvi abbozzi di vicende o ombre di personaggi che a conti fatti, una volta conclusa la fatica compositiva e scritta l’ideale parola "fine", si rivelano superflui per l’economia di quella specifica narrazione, pur conservando una propria autonomia logica, una propria naturale forza. Non verranno buttati via. Conservati, verranno riciclati al momento opportuno, inseriti in un altro romanzo o trasformati in racconto autonomo. E così è molto probabilmente avvenuto per alcune delle vicende che John Le Carré ha infilato sullo schidione del Visitatore segreto, conferendogli una sua intensa autonomia e facendone un libro affascinante.

Altre vicende, invece, tra cui alcune veramente straordinarie, rimandano ad assai lontano. Su larga parte del libro — e non soltanto sulla disperata vicenda di amore e dolore della spia "perduta" Hansen, un gigantesco ex gesuita, e della sua bambina cambogiana prostituta per scelta ideologica — aleggia lo spirito di Joseph Conrad e di Cuore di tenebra. Ma le citazioni e i rimandi compongono un intero florilegio culturale, da Giulio Cesare a Truman Capote attraverso Robert Musil.

Gli ultimi due spezzoni di vicenda compongono uno splendido apologo di intenso pessimismo circa il futuro. Nel primo di essi, il più grigio, il più apparentemente banale e inoffensivo dei gregari dello spionaggio viene sospettato di doppio gioco e smascherato da Ned con un sottilissimo gioco di intuizioni e trabocchetti di fine psicologia. Se ne va in silenzio sotto lo sguardo velato di tristezza del suo inquisitore. E’ rimasto povero: il suo tradimento, la sua rivolta avevano alla base motivi di pura ideologia, intimamente intrecciati con la frustrazione per la propria squallida condizione di eterno gregario. Grigio su grigio. Ma il mondo è cambiato, le ideologie sono svanite come bolle di sapone. Per lui non possono esserci altro che due manette ai polsi, la galera.

Agghiacciante è invece la logica che sta dietro al secondo episodio, su cui il libro si chiude. Ned ha il compito di richiamare alla ragione un protervo commerciante britannico di armi e sovversione, il cui campo di azione è alla stessa stregua l’Ovest come l’Est, il Nord come il Sud. La smetta di provocare torbidi nei Balcani o in Africa, di arricchirsi su guerre che scoppiano soltanto perché qualcuno ha armi da vendere, lo esorta Ned. Quali conseguenze, in termini di disequilibrio internazionale e di autentiche migrazioni di massa, abbiano come risultato simili traffici nel mondo reale, è davanti agli occhi di tutti. Ma come risposta il vecchio spione gentleman trova soltanto un’arroganza che non ammette repliche, già a partire dal linguaggio dell’interlocutore. Con i miei traffici do da lavorare a tanta gente, è la cinica replica del tycoon. Dunque è giusto che mi prenda la mia parte. E tu, è la conclusione sottesa, grigio grillo parlante di una logica di equilibrio di forze che non esiste più, fatti i fatti tuoi. Il tycoon è ricco, è potente: per lui non segue nessun paio di manette, nessuna galera. Indifferente a qualsiasi ideologia, continuerà imperterrito la propria perniciosa attività a tutto campo, ad arricchirsi sulle miserie dei disperati della terra. E’ con questo mondo che si troverà a fare i conti la nuova generazione di spie, è su questo campo di operazioni che sarà chiamata ad agire. Quanto al vecchio combattente della guerra fredda, sia egli Ned o Smiley o un altro, pensionato e dimenticato, sarebbe felice di poter dire: "Ho ucciso il drago, del mondo che mi sono lasciato alle spalle ho fatto un posto più sicuro". Ma non può. Si guarda allo specchio e non si riconosce. Il "visitatore segreto" ha dovuto nascondersi sotto tante di quelle maschere da non ricordare più nemmeno le proprie fattezze. Non è nessuno, come del resto nessuno è sempre dovuto essere.

Che cosa ne sarà, dopo una simile dichiarazione di perduta potenza, del favoloso mondo romanzesco del Circus? Tale era la domanda che ci si sarebbe potuti porre fino a qualche giorno fa. Che cosa potrà regalare ancora al suo affezionato lettore l’ex funzionario del British Foreign Service David Cornwell, in arte John Le Carré? Molto, molto potrà regalare, si può rispondere adesso. Ci hanno pensato i golpisti di Mosca. La guerra fredda non è finita del tutto. L’Occidente avrà ancora bisogno di Ned e di George Smiley. Li richiamerà in servizio.

(Europeo, 6 settembre 1991)


II.

Dopo la caduta del Muro di Berlino e il dissolversi della logica dei due blocchi ("buoni" indiscutibilmente di qua e "cattivi" di là) si è molto temuto per il futuro dei grandi scrittori di spy story, da Forsyth a Clancy e compagni. Ci si è chiesti: adesso dove potranno ambientare le loro storie, come faranno a scrivere ancora? Ma il riciclaggio è stato immediato e orgoglioso: Iran, Iraq, Corno d’Africa, Bosnia e via dicendo (l’Albania era di là da venire ma probabilmente non verrà mai usata, perché inglesi e americani non vi sono coinvolti, quindi non interessa). L’unica voce sinceramente amareggiata si levò dal petto di John Le Carré, grande, perenne Amleto del romanzo di spionaggio. Nel magnifico, profetico, Il visitatore segreto, uscito poco dopo la caduta del Muro, il suo Smiley è già stato pensionato d’autorità (non serve più), ma insegna il mestiere a una nuova generazione di spie: giovani arroganti e senza scrupoli, mossi non più dall’ideologia ma dallo spirito di carriera. Vanno benissimo così perché, in un mondo in cui non esistono più né "buoni" né "cattivi" ufficialmente riconosciuti — ma Smiley si è sempre rifiutato di effettuare una distinzione netta —, il nuovo nemico contro cui attrezzarsi non è più la politica ma sono gli affari sporchi, gli affaristi senza scrupoli, i venditori di armi, di droga e di fumo politico, insensibili di fronte a qualsiasi sovvertimento quando esso giochi a favore dei loro traffici.

E tagliato precisamente sulla misura di questi allievi di Smiley (e di Ned, il capo della "Casa Russia"), nel nuovo romanzo Il sarto di Panama è il giovane Osnard, inviato dai servizi britannici a sollevare pericolosi polveroni in un paese perennemente a rischio, Panama. Perché Panama? Perché è attraversato dal Canale, miccia costantemente accesa ai fini di qualsiasi intrigo e scontro internazionale. L’Inghilterra appare esclusa da questi intrighi, che sembrano limitati ad americani e giapponesi, con qualche blando interesse francese. E Osnard ha appunto l’incarico di scoprire il modo di inserire il suo paese nel gioco. Il giovanotto lo fa con cinico puntiglio, forte di tutti i malsani umori distillati dalla nuova scuola dello spionaggio. Crede di mettere assieme una rete spionistica. Imbroglione nato com’è, non si accorge fino alla fine della realtà dell’uomo che ha scelto come vertice di questo suo castello di carte: l’inglese Harry Pendel, problematico sarto con laboratorio a Panama, ex carcerato giovanile, oberato dai debiti e persino più imbroglione di lui, più bravo di lui a costruire castelli di carte fasulle. Osnard e tutto il servizio segreto britannico, compresi gli affaristi che lo manovrano per i propri fini, si lasciano convincere che è in atto un tentativo giapponese di costruire un nuovo Canale, che metterebbe in crisi tutti i rapporti di forza internazionali.

Tra un imbroglio e l’altro, in uno sciagurato sperpero di denaro pubblico britannico viene costruito il pretesto per un ennesimo roboante intervento internazionale "di dissuasione". A pagare — secondo l’amletica logica di equivalenza del grande Le Carré — non saranno ovviamente i colpevoli (quali sono quelli veri?) ma, come sempre, gli ignari e gli innocenti. Inevitabile, nelle ultimissime righe del libro, il ringraziamento alla memoria del grandissimo Graham Greene e del suo Agente all’Avana.

John Le Carré, Il sarto di Panama, Feltrinelli

(Letture)