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© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

“Michael
Michael Ende

1. Il film da “La storia infinita” (1984)
2. Recensione: “Lo specchio nello specchio” (1986)
Nel luminoso e scoppiettante clima delle prossime feste natalizie è quasi certo che anche l'Italia rimarrà percossa e attonita dall'abbattersi dell'inquietante «fenomeno Fantasia» (ovvero, meglio, Fantàsia), come è già avvenuto da mesi in Germania e come sta avvenendo di questi tempi negli Stati Uniti. Giovani, meno giovani e non giovani si troveranno trasportati in un mondo magico, un regno per l'appunto denominato Fantàsia, dove volano draghi dolcissimi, dove si aggirano animali fantastici, dove si ergono montagne favolose, dove si estendono deserti colorati, dove agiscono personaggi che nessuno aveva mai visto e nemmeno osato immaginare. A guidarli, tenendoli per mano, in questo magico Mondo della Fantasia, che ambiziosamente aspira persino a modificare e migliorare il nostro umano Mondo della Realtà, sarà un bambino di dieci anni, Bastiano, chiamato da stupefacente destino alla più sensazionale delle imprese...

Quale sia tale impresa il largo pubblico italiano lo scoprirà quando nelle nostre sale cinematografiche sarà arrivato il film La storia infinita, colosso della cinematografia tedesca, costato 40 miliardi di lire, che vuole essere la sfida europea — e in particolare germanica— alla grandiosità e spettacolarità tutte americane di film come I predatori dell'arca perduta e simili. Sfida che già ora appare vincente. Il film, diretto da Wolfgang Petersen con l’assistenza dello sceneggiatore Herman Weigel e di uno straordinario apparato di tecnici, macchinari ed effetti speciali, attira e delizia ogni giorno decine di migliaia di spettatori nelle 300 sale tedesche e nelle 1.000 americane in cui è in programmazione. Presentato al Festival di Venezia, ha suscitato unanime entusiasmo.

Un entusiasmo che, invece, non è affatto condiviso da un uomo buono, ma capace di profonde irritazioni, mite ma ferreamente puntiglioso, che pensa e scrive in un magnifico tedesco, parla un buon italiano, ma lento, e che da molti anni vive vicino a Roma, in una casa piena di gatti: lo scrittore Michael Ende, autore del romanzo La storia infinita, da cui il film è stato tratto. Il romanzo è uscito in sordina alcuni anni or sono in Germania, presso un bravo ma piccolo editore di libri scolastici e per ragazzi, senza strepiti pubblicitari e deliri promozionali. Poi, piano piano, nel giro di un paio di anni, è divenuto per forza propria un fenomeno assoluto nel mondo dell'editoria: per 59 settimane consecutive primo nelle classifiche di vendita tedesche; un milione e mezzo di copie vendute soltanto in quella lingua; almeno una edizione pirata, in miniatura, realizzata con sistema fotografico, venduta in decine di migliaia di copie davanti alle università tedesche e sventolata come libro di culto da altrettanti giovani partecipanti alle grandi marce pacifiste; tradotto in decine di lingue.

Felice, sbalordito per l’eccezionale e del tutto imprevisto successo ottenuto dal suo romanzo — in Italia già pubblicato da tre anni, con felice intuizione —, Ende scuote invece pensoso e con profonda e amara irritazione la bella testa grigia di fronte a chi gli parla del film, tratto dal libro con sua preoccupata approvazione e dopo lunghe incertezze. Si sente tradito e sente tradite le proprie creature.Il suo Bastiano, il bambino bruttino e goffo, destinato dalla sorte allo straordinario compito di salvare la fantasia per gli uomini, è diventato un bellissimo bambino hollywoodiano. Il suo Atreju, bambino-cavaliere-pacifista, inviato della bella lnfanta malata, imperatrice di Fantàsia, è diventato un bellicoso guerriero. Il buon drago Fùcur (il Drago della Fortuna) è diventato — secondo lui — un enorme peluche carnevalesco, mezzo cocker e mezzo coccodrillo, lungo venti metri e coperto di scaglie rosa. Il mangiapietre Pioznarzak viene manovrato da otto operatori, preposti al funzionamento di sedici microprocessori e di altrettanti monitor...

Insomma, la tecnologia delle macchine cinematografiche, frutto della realtà convenzionale di questo mondo, avrebbe preso un netto sopravvento sull’invenzione, frutto della fantasia, che può essere la sola a portarci la freschezza del rinnovamento e di cui il romanzo La storia infinita vuole essere un inno. E soprattutto il film finisce a metà del libro, sottraendosi all`impegno di raccontare e far vedere il lungo e affascinante viaggio e processo attraverso cui il piccolo Bastiano, una volta scoperta e salvata la fantasia nel Regno di Fantàsia, ritorna tra gli uomini del mondo reale. Non solo, ma addirittura il ragazzino, già fatto diventare bellissimo, invece che goffo e sempre un po' preso in giro dai compagni di scuola, si mette a svolazzare sopra le loro teste, in groppa al buonissimo drago, per spaventarli...No, non va, proprio non va.

E Michael Ende scuote sempre più sconsolatamente la sua bella testa, incurante dello straordinario successo del film, che altro successo porterà al suo già fortunatissimo romanzo e al suo già famoso nome. E vengono in mente le lunghe discussioni — ancor prima dell'uscita del libro in Italia — persino sulla traduzione del titolo, che lui voleva appunto Storia infinita e non Storia senza flne, come propostogli. Minuscolo dettaglio, lievissima sfumatura, eppure differenza significativa, secondo lui, carica di significati.

E pensare che, allora, i giornalisti pensavano che si trattasse di uno scherzo, e non volevano credere che davvero un signore di nome Ende (ovvero «fine») avesse scritto un romanzo intitolato La storia senza fine. E viene in mente anche il suo racconto delle infinite e sottilissime perplessità dell'équipe di traduttori giapponesi. Un drago come? Di che colore? Di che dimensioni? Con quanti occhi, quante zampe, quante ali? Eccetera. Giacché — questo sembra stentare a capire Ende nella sua puntigliosa precisione, ogni lingua ha sue particolarissime esigenze. Ogni lingua (sia essa il giapponese o l’italiano) e ogni linguaggio. Esiste un linguaggio della parola scritta,della letteratura, con sua struttura, suoi spazi, suoi pesi, esiste un linguaggio della parola pronunciata ed esiste un linguaggio dell'immagine.

Centinaia di migliaia di lettori, in Germania, dopo aver acclamato il libro, stanno ora acclamando il film e incitando altri ad andare a vederlo. Eppure ciascuno di essi aveva «visto», con gli occhi dell'immaginazione, il «proprio» Bastiano con le sue goffaggini, il «proprio» Atreju con il suo impeto, il «proprio» Fùcur con la sua dolcezza, il «proprio» Regno di Fantasia con tutti i suoi mirabili territori e personaggi: la vecchissima Morla, Mork il lupo mannaro, Cairone il centauro nero, Ygramul le Molte, i Bisolitari, le tre Porte Magiche, la Voce del Silenzio, il Paese della Mala Genia, la città dei Fantasmi, la Torre d`Avorio, Goàb, il Deserto Colorato, Graogramàm la Morte Multicolore...

In Italia il fenomeno potrà in un certo senso ribaltarsi. lnfatti, sebbene il libro anche da noi abbia avuto un notevolissimo successo, tuttavia i suoi lettori non sono più di qualche decina di migliaia. Infinitamente meno, cioè, di quanti si può prevedere saranno gli spettatori del film. Se i giovani «verdi» tedeschi lo hanno visto dopo aver letto il libro e spinti dalla sua lettura, in Italia, al contrario, saranno presumibilmente i moltissimi spettatori del film ad accorrere in libreria per cercare il romanzo. Se ciò accadrà, il film avrà recato un grande servizio al libro e quindi anche al messaggio di pace e rinnovamento universale di Ende.

(Amica, 2 ottobre 1984)


2.
Sarà veramente un capolavoro Lo specchio nello specchio, ultima opera di Michael Ende, come annunciano la Longanesi e con essa Mario Spagnol, a cui si deve, se non proprio la scoperta di questo singolarissimo autore, per lo meno il suo lancio in Italia, quando ancora vi era sconosciuto? Probabilmente sì. Certamente, allo stato attuale, è il capolavoro di Ende.

Uno specchio che si riflette in un altro, si sa, riproduce le immagini all'infinito. Basta dunque un minimo spostamento nell'immagine di partenza per determinare un gioco interminabile di altri spostamenti, assolutamente logico in termini razionali, eppure impossibile da seguire se non per mezzo delle fulminanti sintesi consentite dalla fantasia.

"Specchio" e "fantasia", grandi temi dell'opera, della filosofia di Michael Ende. Bastiano, piccolo protagonista della sua celeberrima Storia infinita, passa al di là dello specchio e poi torna di qua, per raccontare al mondo che realtà e fantasia devono necessariamente integrarsi, pena la fine di ogni creatività, di ogni genuina possibilità di vita. Ora che il colossale successo di quell'opera ambiziosa - e criptica, probabilmente al di là delle stesse intenzioni dell'autore e certamente al di là delle autentiche possibilità di penetrazione dei lettori - gli ha consentito il massimo di libertà, con grande intelligenza e gusto Ende si guarda bene dall'inseguire un pubblico divenuto pletorico, ma con sublime ammicco e alambicco chiama a sé i suoi lettori più avvertiti, più sofisticati.

E in quest'opera sofferta, di estenuata intelligenza, mette definitivamente in moto il grande caleidoscopio della fantasia, del sogno, dell'invenzione. Come recensirla? Come riassumerla? Mille vicende, storie e microstorie. Angeli (quanti, e quanto spesso vengono insudiciati, o abbattuti!) e mostri; personaggi che si chiamano "il velato" o "quello vestito di rosso"; altri che affermano "non sappiamo chi siamo"; ponti proiettati verso un "di là" che non esiste; la realtà (quella posta dalla ragione) vista come una scatola ermeticamente chiusa; la rivalutazione assoluta della "casualità", dell'"oscurità": "cercherai dentro di te ciò che ti rende affine a tuo fratello"... E si potrebbe continuare all'infinito, cedendo al fascino sottile dei gioco intellettuale ed esistenziale, proposto da Ende, abbandonandosi alla fantasia, al sogno: cadere "dentro" la sua opera.

Sarà interessante verificare quanti, nella falange dei suoi lettori, lo seguiranno in questo sottile esercizio dell'intelligenza. Ma è fin da ora opportuno rimarcare un fatto. Michael Ende ha elevato reiterate e accorate proteste nei confronti del film tratto dalla Storia infinita, sostenendo che esso avrebbe - come in effetti ha - tradito il suo spirito di fratellanza nella fantasia. Eppure dal film legioni di persone sono state indotte a leggere l'originale del suo messaggio nella Storia infinita su carta. E, da quella, molti passeranno al distillato della sua poetica, rappresentato da questo affascinante, ultra criptico, proliferante Lo specchio nello specchio. Pur nel "gran dispitto" dell'autore, ancora una volta la quantità avrà prodotto qualità.

Naturalmente, però, prima di tutto, di Ende, sarà da leggere la citata opera fondamentale, la sua "summa", ovvero La storia infinita. Chi ha visto Il film scoprirà che esso copre (e stravolge) soltanto metà delle peripezie affrontate nel libro da Bastiano e Atreiu per salvare la fantasia. Risulterebbe poco produttivo approdare a questo autore problematico - e anche oscuro - partendo da altri lidi. Poi c'è Momo, sua opera delle origini, romanzo breve, una favola di gran lunga meno impegnativa - la bambina Momo sconfigge i ladri dei tempo - che piacerà al ragazzini, ma potrà anche lasciare perplesso chi volesse cercarvi in nuce la ridda di messaggi inviati attraverso le mille bottiglie gettate nel mare dal Regno di Fantàsia (ovvero dal romanzo maggiore di Ende). Infine Le avventure di Em Bottone, romanzo per bambini che risale agli esordi dell'autore.

(Europeo, 22 febbraio 1986)